Ricordando il Natale

… ma quello dei libri!

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Ormai il Natale è alle porte! Lo ricorda il calendario, lo sento nell’aria, lo vedo nelle pacchiane decorazioni del centro, lo ascolto nelle canzoni che i bambini strillano per strada. Santa Claus is coming to town regna sovrana! Il mio spirito natalizio è talmente alle stelle che la slitta di Babbo Natale potrebbe volare solo grazie alla sottoscritta. Sì, il Natale lo amo, da sempre… anche se la scoperta della non esistenza del Signor Claus risale a moltissimi anni fa.

Ricordo ancora di aver riconosciuto ad una prima occhiata l’ennesimo adulto travestito da Babbo Natale (nel mio caso la mamma dei vicini di casa). Così, mentre lei se la ridacchiava alla “ohohoh” ed elargiva doni e dolci, io le puntavo il dito contro, minacciandola con un tetro: “Io e te, bugiarda, abbiamo una faccenda in sospeso. Non finisce qui!”.

L’anno dopo scoprii mia mamma mentre sistemava i regali sotto l’albero, ma il danno ormai era fatto. Ciononostante, non ho mai smesso di amare il Natale e lo dimostra il fatto che, tra le mie storie preferite, molte abbiano a che fare con innevate e magiche atmosfere da feste.

Così, giusto per entrare ancora di più nello spirito natailzio, mi sono chiesta quali sono i libri natalizi e/o inerenti al periodo che mi hanno influenzata maggiormente. E come prime scelte, seppur non originalissime, ho rintracciato dal libro dei ricordi i seguenti titoli:

 

 

Canto di Natale

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Autore: Charles Dickens

Anno: 1843

Pagine: 120 (dipende dall’edizione)

Un classico. Sia per il libro sia per le varie versioni cinematografiche. La storia inutile ricordarla, basta citare il nome del suo scontrosissimo protagonista per far suonare i campanellini della memoria: Ebenezer Scrooge! Per quel che mi riguarda, il film della Walt Disney avrà sempre un posticino al calduccio nel mio cuore.

 

Fuga dal Natale

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Autore: John Grisham

Editore: Mondadori

Anno: 2005

Pagine: 153, Brossura

 

Su “Fuga dal Natale” ci sono letteralmente sbattuta contro. Reso famoso dal film e dalla fama dell’autore, non lo avrei mai e poi mai comprato in liberia. Il volumetto è approdato a casa mia in quei classici cesti che si regalano a Natale, tra un pandoro, un sacchetto di arachidi e una bottiglia di spumante. Da me vige la regola che se un libro mette piede in casa, bisogna almeno leggere le prime pagine. E alla fine me lo sono letto tutto. Qualche ora piacevole, passata a ridacchiare e ad assaporare l’atmosfera di “Natale, famiglia e amore” tipica delle feste.

La trama è arcinota e me ne libererò quindi con un velocissimo cenno.

Luther e Nora Krank hanno una sola figlia, Blair, e da sempre festeggiano il Natale con decorazioni, mega alberi di Natale, super cene con un miliardo di portate, lucette di mille colori che si vedono perfino dallo spazio. Ma quando Blair parte come volontaria per il Sudamerica, di Natale non si può più parlare. Perché, ora che la nostra coppietta è sola e felice, non può concedersi una rilassante crociera ai Caraibi? L’idea è eccellente, se non che il giorno della vigilia arriva una terribile notizia: Blair sta tornando a casa. Come farà la famiglia Krank a improvvisare il classico cenone di Natale in meno di 24h?

 

La piccola fiammiferaia

Autore: Andersen

Genere: fiaba

Corta, piccina, straziante. L’ennesima riprova che le fiabe di Andersen siano agli antipodi dell’Happy Ending. Per qualche strana ragione, forse per il freddo, leggo sempre questa fiaba, a stento una pagina di parole, nel periodo natalizio. E ogni volta è il magone, nonché fiumi di lacrime. In fondo non mi voglio troppo bene.

 

Rover salva il Natale

Rover salva il Natale

Autore: Roddy Doyle

Editore: Salani

Anno edizione: 2002

Pagine 152, Brossura

Quando ho letto questo libro, ero grandicella e infatti l’ho recitato alla mia cuginetta (troppo piccola per capirci qualcosa). È un libretto simpatico, si conclude in un secondo, ma mi ha fatta balzare nell’infanzia. Di che cosa parla? Il 24 dicembre è alle porte e Babbo Natale è pronto per l’intrepida avventura di tutti gli anni: portare i regali a tutti i bambini buoni del mondo. Peccato che la sua renna number 1, un certo Rudolph dal naso rosso, abbia deciso di scioperare. E allora come farà Babbo Natale a concludere la missione? A sbrogliare la matassa dell’impiccio, sarà un astutissimo elfo. C’è infatti un cane, Rover, con tutte le carte in regola per sostituire Rudolph. Ma riuscirà il nostro elfo a convincerlo? Si sa: lavorare gratis non piace a nessuno di questi tempi, soprattutto a un cagnaccio che non vuole farsi sfruttare da un ciccione con il paltò rosso.

 

Schiaccianoci e il re dei topi

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Autore: Hoffmann

Anno: 1816

Genere: racconto

Non un vero libro, ma un racconto. Pubblicato da Hoffmann nel 1816. La storia è svettata poi all’apice della notorietà grazie alla versione di Alexandre Dumas Padre, Lo schiaccianoci. I protagonisti sono giocattoli e pupazzi che prendono vita e devono sconfiggere l’esercito dei topi. A sostenere le difese, il capo dei pupazzi, lo Schiaccianoci, un tempo un essere umano, e Maria, la bambina che ha ricevuto in dono quel burattino magico.

Le lettere di Babbo Natale

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Autore: J. R. R. Tolkien

Casa Editrice: Bompiani

Anno: 2004

Pagine: 111, Brossura

Opera meno nota del ben più noto J.R.R. Tolkien, libretto quasi introvabile che viene stampato ogni tanto (in genere in periodo natalizio) per poi cadere nell’oblio. Ho preso in prestito Le lettere di Babbo Natale qualche anno fa in biblioteca. Un piccolo gioiellino che scalda il cuore, in tutta la sua semplicità e con un senso di amore che si respira in ogni pagina.

L’autore del Signore degli Anelli e dello Hobbit scriveva ogni anno lettere per i propri figli e le firmava “Babbo Natale”. Ogni letterina veniva chiusa in una busta bianca e decorata con disegni e francobolli natalizi. Sono testi pieni di fantasia, nei quali la magia e l’ironia restano le protagoniste indiscusse.

Il tutto accompagnato dalle splendide illustrazioni di Tolkien. Maledetto lui che era capace perfino di disegnare!

 

Babbo Natale Picchiatello

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Autore: Nicolas de Hirsching

Casa editrice: Interlinea

Pagine: 43

Ma quanto mi piaceva questa storia da piccolina? Il libricino arrivò a casa per posta, nel giusto periodo dell’anno. Il titolo è semi-sconosciuto, la lettura decisamente per bambini, ma la storiella è così simpatica che la ricordo ancora davvero volentieri. Premesso che sono quasi sicura di averlo letto in un’altra edizione e non in quella ricordata da IBS, di cosa parla la trama?

Di questi tempi nessuno crede all’esistenza di Babbo Natale. Ma volete sapere qual è il paradosso? Altro che nessuno, ne esistono a migliaia! E in effetti è impensabile che un solo Babbo Natale consegni regali in ogni angolo del mondo nell’arco di una notte. Il problema è che non tutti i Babbo Natale sono efficienti. Uno di loro è capace di combinare solamente guai e per questo è stato soprannominato Babbo Natale Picchiatello. Come ci si potrebbe aspettare da un simile personaggio, la catastrofe è dietro l’angolo. O forse sarebbe meglio parlare di idea geniale: perché non festeggiare il Natale tutti i giorni dell’anno?

 

Conclusione

Di libri di Natale ce ne sono a bizzeffe e sono sicura che moltissimi blog abbiano proposto dei titoli più seri dei miei. E voi? Avete qualche romanzo, racconto o fiaba con il potere di evocare la magia del Natale?

2017 Reading Challenge

Completed!

Sfida Goodreads

 

È successo giusto giusto ieri, quando ormai mi stavo rassegnando, convinta di non farcela! Finalmente ho finito la Reading Challenge di Goodreads, anche se con grande rammarico, considerato che mi ero posta un traguardo fin troppo limitato.

goodreads

 

Che cos’è la Reading Challenge?

Un’iniziativa di Goodreads, un social network destinato ai libri e a chi dei libri non può farne a meno. Riassumendo, possiamo dire che è la versione più internazionale di Anobii. Consente di costruire una propria biblioteca online, di lasciare dei commenti, di votare un libro assegnando stelline, di fare conoscenze e di partecipare a gruppi.

Non essendo una persona molto attiva tecnologicamente, Goodreads lo sfrutto al minimo. Di tanto in tanto, mi ricordo di aggiornare lo scaffale libreria e di votare. Ma la Reading Challenge mi ha completamente rapita e sono sicura che, se sono riuscita a concludere i miei miseri venti libri, il merito va a tutto a lei.

 

Come funziona?

In una maniera molto semplice. A inizio anno si sceglie un numero di libri da leggere nell’arco di dodici mesi. Venti, nel mio caso. Poi si procede e man mano che si finisce un romanzo, si passa al successivo. C’è un quadratino a lato della schermata che tiene il conto dei libri letti, presenta una barra per valutare l’avanzare dei progressi, puntualizza quanto ancora ci manca per arrivare al traguardo.

È una sfida, appunto, come suggerito dalla parola inglese “challenge”. E in effetti mi sono sentita sfidata per tutto il corso dell’anno. Quando ero stanca, quando dovevo studiare, quando avrei dovuto leggere saggi e trattati, anziché romanzi, mi ricordavo di essere nel pieno di una battaglia e di dover bruciare almeno una cinquantina di pagine, pur di non perdere la gara.

 

Odiblue books 2017

 

Che poi ho felicemente barato. Ho scelto libri anche molto brevi (Mendel dei libri), libri che ho riletto (Fiori per Algernon), libri con i quali sapevo di andare sul sicuro (My name is red).

 

Dati Goodreads challenge

 

Non sono felice del mio traguardo. Non lo sono proprio per niente. Venti libri in un anno è il nulla, se paragonato a quel che leggevo in passato. Ai tempi del liceo, avevo una media di quaranta romanzi ad estate; ai tempi dell’università, un drastico calo a quaranta libri annuali; e ora, ai tempi dell’università e del lavoro, il numero si è ridotto a un misero venti.

Spero di migliorare con il nuovo anno. Dovesse ripartire la Reading Challenge, azzarderò un trenta, confidando di riavvicinarmi agli antichi fasti! E credo di dover iniziare sin da ora a pianificare con quali letture cogliere la sfida.

Se avete qualche romanzo che vi ha lasciato a corte di parole, sono tutta orecchie!

T.d.r. Il paese delle prugne verdi

ovvero… tempo di recensione!

È passato un po’ di tempo da quando ho annunciato l’arrivo di questa recensione. E come sempre mi sono presa un mese per riflettere e sperare di scrivere un commento decente, anche se probabilmente non risulterà tale: le mie idee in proposito sono molto confuse.

Per parlare del Paese delle prugne verdi, è essenziale avere un minimo di informazioni sulla trama e sul periodo storico, il vero e tragico main character della vicenda.

 

L’incipit

Se stiamo in silenzio, mettiamo in imbarazzo, diceva Edgar, se parliamo, diventiamo ridicoli.

Sedevamo da troppo tempo davanti alle foto sul pavimento. A forza di sedere, le mie gambe si erano addormentate. Schiacciavamo tante cose con le parole in bocca quante coi piedi nel prato. Ma anche col silenzio. Edgar taceva.

Non riesco a immaginarmi alcuna tomba, oggi. Solo una cintura, una finestra, una noce e una fune. Ogni morte per me è come un sacco.

Se lo sente qualcuno, diceva Edgar, ti prende per pazza.

E quando ci penso, è come se ogni morto si lasciasse alle spalle un sacco di parole. Mi vengono sempre in mente il barbiere e le forbici, perché i morti non li utilizzano più. E il fatto che i morti non perdono un bottone.

 

Trama

L’io narrante del romanzo – alias la protagonista – vive in un paesino a sud della Romania. Sono gli anni Ottanta e il Paese è sottomesso alla dittatura di Ceausescu. Non c’è spazio per la libertà, per il pensiero, per la scrittura, per l’indipendenza. Ogni cittadino è come una pedina mossa sulla scacchiera del regime; qualsiasi azione non autorizzata viene punita e repressa da un terribile arbitro: la polizia. E così ci sono pedinamenti, minacce, persecuzioni, carriere mandate a monte, accuse infondate, misteriosi suicidi.

La protagonista appartiene alla minoranza tedesca, motivo per cui i sospetti nei suoi confronti sono quintuplicati. Per quanto mantenga un profilo basso, la tragedia si nasconde dietro all’angolo e impiega un battito di ciglio per metterla sotto la luce dei riflettori: Lola, una sua amica, viene violentata dal professore di ginnastica e si suicida.

La polizia entra nella sua stanza, porta via il cadavere, lo getta in una borsa con ancora addosso quelle calze nere che Lola sempre indossava. E la protagonista resta lì, imbambolata sulla porta, silenziosa testimone di una morte destinata a sparire nella polvere. Perché il resto del mondo non parla più di Lola, ma preferisce chiudere gli occhi e condannarla al nero dell’oblio: Lola non è mai esistita, non c’è più la sua foto, il nome suona straniero, il letto resta vuoto.

Il regime ordina di dimenticare il crimine e Lola, da vittima, viene prima schernita, poi annullata, un’importanza ancora minore rispetto a quelle prugne verdi che tornano con insistenza nel testo. Ma la narratrice non riesce a zittire la sua voce. Più l’imperativo del “dimentica!” si fa forte, più cresce in lei il bisogno di stringersi al ricordo di Lola, di avvicinarsi a chi non riesce a scordarla.

Così la vita della protagonista si intreccia con quella di altri personaggi. Iniziano gli incontri segreti, le perquisizioni della polizia, il desiderio di fuggire lontano. L’importante è scappare dal regime, anche se è il regime stesso a non rendere l’opzione contemplabile. A regnare solo i brutti sentimenti, come la diffidenza:

Come spesso accadeva, quando erano diffidenti [Kurt, Georg e Edgar], avrebbero recitato la poesia:

Ognuno aveva un amico in ogni pezzetto di nuvola

così è infatti con gli amici dove il mondo è pieno di terrore

anche mia madre diceva è del tutto normale

non mettere in discussione gli amici

pensa a cose più serie.

La paura:

Poiché avevamo paura, Edgar, Kurt, Georg e io stavamo insieme ogni giorno. Stavamo seduti al tavolo, ma la paura rimaneva isolata in ogni testa, così come ce la portavamo dietro quando c’incontravamo. Ridevamo molto, per nasconderla gli uni agli altri. Perché la paura svicola. Quando si domina il proprio volto, sguscia fuori nella voce. Se riesci a tenere in pugno il volto e la voce come se fossero un pezzo inanimato, sfugge persino dalle dita. Trapassa la pelle. Gira libera, la si vede negli oggetti che stanno nelle vicinanze.

I trucchi per evitare la censura:

Per l’interrogatorio una frase con le forbicine per unghie, disse Kurt, per la perquisizione una frase con scarpe, per il pedinamento una frase raffreddata. Dopo il titolo sempre il punto esclamativo, per una minaccia di morte solo una virgola

 

Ambientazione

Cupa, fosca, una nebbia fittissima che spegne ogni scintilla di speranza. Romania, anni Ottanta. Gli ultimi anni di una dittatura iniziata nel 1965 e che si concluderà solo nel 1989. Il Conducator, dittatore Nicolae Ceausescu, è il bersaglio politico di questo romanzo. La denuncia al suo operato è un motivo ricorrente nei romanzi di questa autrice. E del resto Herta Müller, nata tedesca, ma cittadina romena, non ha avuto vita facile né come donna né come scrittrice. Basti pensare a un episodio che sicuramente l’ha segnata, benché fosse ormai lontana da quelle terre: nel 1989 uno dei suoi migliori amici venne trovato impiccato nel suo appartamento, il caso archiviato come suicidio. Pochi giorni dopo il dossier fu cancellato, il nome rimosso dagli archivi.

Un’analogia con la storia di Lola?

Sicuramente gli spunti biografici sono molti. Ce lo testimonia questa esigenza, quasi un sogno ossessionante, di lasciare la Romania e volare verso la libertà. Dopo una censura ai suoi primi romanzi, Herta Müller lo ha fatto. Via dalla Romania e verso la Germania. Ma non è bastato cambiare luogo per rimuovere gli spettri del passato, ed è come se la sua penna avesse avuto il dovere di testimoniare le atrocità registrate dagli occhi e dalla mente.

 

Titolo

Il paese delle prugne verdi è un titolo metaforico. Ricalca una leggenda popolare in Romania, secondo la quale chi mangia troppe prugne verdi verrebbe colpito da una fortissima febbre mortale. Il titolo è forte. I contadini mangiano le prugne, anche se le prugne condannano a morte. La gente sopporta il regime, anche se il regime è una macchina che annienta.

I mangiatori di prugne erano contadini… non mangiavano per fame, ne erano avidi per il sapore aspro della povertà davanti alla quale appena un anno prima abbassavano gli occhi e chinavano il capo come davanti alla mano del padre.

È difficile capire il “mistero delle prugne verdi” come è difficile capire la dittatura. Da una lato sembra sicurezza, dall’altro è oppressione; da una parte guida, dall’altra distrugge. E alla fine emergono le ingiustizie, le tinte si fanno più scure. In mezzo a un carcere che viene spacciato per normalità non resta che un profondo senso di disperazione.

Il titolo attrae sicuramente, è evocativo come il resto del testo, sensato perché si riallaccia alle “prugne verdi” che tornano con insistenza nel romanzo. Peccato che non sia il titolo voluto dalla scrittrice: Hertzier, la bestia del cuore. Posso dire che a me piace quasi più la versione italiana?

 

Commento

Il libro è un testo importante, non una lettura da ombrellone e crema solare. Ed è anche un testo che a caldo lascia storditi, un’opera che forse non si può capire fino in fondo e che getta addosso un impermeabile di tristezza e gelo. Non è facile scorgere il tessuto che lo compone, delineare con precisione le cuciture e i bottoni: la storia sfugge. Il racconto non è lineare, preciso e chiaro, ma ogni riga è sfuocata, difficile da cogliere. Si intravede il senso della storia, un’ombra di narrato. Solo che non si trovano i dettagli, la precisione, la cura per il particolare. È un flash continuo, una macchina fotografica che si concede qualche scatto disordinato. Quando si ricompongono i fogli lucidi, si ha un’idea della storia, ma a restare sulla pelle è il ghiaccio delle atmosfere, il senso di oppressione e disperazione che si respira in ogni riga.

Il Paese delle prugne verdi non mi è piaciuto. Mi ha lasciato addosso il mal di testa e il voltastomaco del classico post-sbornia. Forse l’effetto era voluto, forse sta proprio in questo la potenza del libro: nel non lasciarsi dimenticare, ma rimanere forte anche dopo aver assaporato l’ultimo sorso dell’ultima pagina.

Non posso dire che non mi sia piaciuto per la trama. La trama si intravvede appena! Non mi è piaciuto perché mi sembrava di leggere un codice cifrato, costruito da abilissimi scienziati. E io ero lì, piccina piccina, troppo ignorante per comprenderlo. Non mi è piaciuto perché ad ogni riga percepivo l’atmosfera, ma avevo la sensazione che quelle letterine di inchiostro dicessero di più, avessero altre parole segrete da suggerirmi. E forse io sono stata sorda, perché non sono riuscita a coglierle.

Apprezzo le metafore, in genere. Sono la prima a riconoscere la loro importanza e credo che in un romanzo vadano usate. Le metafore colpiscono l’inconscio, sono dirette, fanno resuscitare anche i sentimenti assopiti da tempo. Ma quando è il romanzo intero ad essere una metafora, quando ogni punto e virgola e due punti e punto esclamativo diventano la metafora di un sentimento, allora è inevitabile perdersi i passaggi. Per questo mi sento dire che il romanzo non mi è piaciuto. E lo volete sapere qual è il paradosso di questa recensione? Tutti questi motivi sono anche la ragione per cui mi è piaciuto.

Per tutta la lettura ho camminato sul sottilissimo filo dell’equilibrista e mi sono sentita tremare e oscillare. Non sapevo se sarei caduta a destra, nel vuoto del disastro, o a sinistra, nei cieli del capolavoro. Così adesso, a distanza di mesi, sono ancora lì, in bilico sul filo dell’equilibrista. E forse mi ci vorranno almeno altre due riletture, da qui a qualche anno, per capire da che lato buttarmi.

 

Curiosità

Ossia il motivo per cui mi sono decisa dopo decadi a leggere il libro. Quando si parla di storia, la risposta non è mai bianco o nero. Anche nei periodi più bui, c’è chi ha saputo trovare dei barlumi di luce. Non è il caso della Müller che ha condannato in toto la dittatura del Conducator. È il caso invece di una coppia di signori che ho conosciuto questa estate. Sulla settantina, a stento alfabetizzati, ma persone per bene.

Forse è stato proprio il fattore cultura a fuorviare il loro giudizio, ad avere impedito di leggere in senso critico gli eventi di quegli anni. Fatto sta che, dimentichi del lato scuro della medaglia, hanno associato al nome di Ceausescu solo ed esclusivamente la Transfagarasan. Altro che dittatura!

La Transfagarasan è ritenuta una delle strade più belle del mondo, lunga 152 chilometri, un susseguirsi infinito di tornanti scavati nella montagna, fino a superare i Carpazi. La chiamano “Follia di Ceausescu”, giusto per dare un’idea della vastità dell’impresa! Certo lo spettacolo, anche solo in fotografia, è mozzafiato, ma da qui a dimenticarsi della dittatura…

Strada-Transfagaran

Comunque, vi lasio una foto presa dal web. Dopo averla vista e aver sentito le storie di questa coppietta, capirete che dovevo assolutamente sentire una voce in contrasto! E nonostante le mie perplessità, Herta Müller è stata la scelta azzeccata.

 

Leggere sì o no?

Leggere sì, per il valore storico dell’opera, per l’uso estremo ed evocativo della parola. Leggere con un “ma”: è d’obbligo superare le prime settanta / ottanta pagine. L’impatto è una doccia fredda e serve del tempo per abituarsi alla temperatura glaciale. Dopo il trauma dell’inizio, anche la scrittura, tanto oscura, comincerà a diventare più chiara.

 

Dati tecnici

Autore: Herta Müller

Casa Editrice: Keller

Anno di stampa: 2008

Numero di pagine: 256, Brossura

 

3 chicchi

3 chicchi su 5

Coffee break time

Senza coffee e con una citazione

Sono sommersa di materiale da studiare e nella dispensa ho finito il caffè. Vi lascio quindi con una citazione del buon vecchio H. De Balzac. Scrivere di caffeina ha lo stesso effetto che berla, vero?

“Il caffè carezza la gola e mette tutto in movimento: le idee caricano come i battaglioni di un grande esercito: il combattimento inizia. I ricordi si dispiegano come stendardi. La cavalleria leggera si lancia in un superbo galoppo. L’artiglieria della logica avanza con i suoi ragionamenti e le sue concatenazioni implacabili, i moti di spirito fischiano come proiettili. I personaggi prendono forma e si distinguono l’uno dall’altro. La penna scorre sulla carta, il combattimento raggiunge una violenza estrema, poi muore con un fiotto di sangue nero, come in un campo di battaglia che svanisce sotto una nuvola di polvere”.

H. De Balzac, La Commedia umana

Gringot il Corvo

Direttamente dal mio repertorio di “vecchie fiabe”

Gli uccelli della cittadina di Dora invidiavano Gringot il Corvo. Viveva in una casetta in via dei Trucioli, dietro l’officina del falegname, e aveva una gabbietta grande quanto un armadio, nella quale non mancavano mai né cibo, né acqua. Anna, la sua padroncina, gli dava tutte le mattine il buongiorno e tutte le sere, prima di rimboccarsi le coperte, la buona notte.

A Gringot però non piaceva la sua vita. Ogni pomeriggio Anna apriva la porticina della voliera e gli permetteva di esplorare la stanza, ma il giovane corvo si chiedeva cosa si provasse a spiegare le ali nel cielo di primavera e a piroettare in mezzo a nubi simili a zucchero filato.

Di giorno, mangiucchiando del grano o assaporando un lombrico, si ripeteva che era felice e dalla vita non avrebbe potuto chiedere di più; ma quando la notte calava e la luna bucava il manto nero, si perdeva a osservare i suoi riflessi argentei e le piccole macchie scure che butteravano la superficie.

«Più le guardo, più mi sembrano corvi» si diceva. «E più mi sembrano corvi, più mi accorgo che quei corvi sono davvero felici, perché volano quanto vogliono e toccano la luna. E forse i loro becchi sgretolano la crosta gialla e provano piacere, perché la luna potrebbe sapere di formaggio stravecchio o di mais oppure di formaggio, mais e lombrichi tutti insieme!»

Mentre pensava queste cose, l’acquolina gli saliva in gola, assieme al desiderio di esplorare il mondo fuori dalla stanza, finché un bel giorno Anna si scordò la porticina della voliera aperta, e il caso volle che anche la finestra della camera fosse ugualmente aperta. Non ci furono dubbi a trattenerlo. Gringot schizzò via e, quando la luna fece capolino in cielo, gioì:

«È fatta! Ora anch’io toccherò lo specchio d’argento e picchietterò la buccia di formaggio!»

Batteva le ali a più non posso, senza prestare attenzione al fiatone che premeva sul petto o alla stanchezza che minacciava di bloccarlo. Pareva vicina, la luna, e invece era distante più di centomila colpi di ali. Alla fine Gringot arrivò a destinazione e, quando vide le macchie che aveva creduto corvi, rimase spiazzato. Erano solo buche! Grandi fosse che, una volta assaggiate, sapevano di sassi e terriccio!

«Ahi!» piagnucolò il corvo. «Che ne sarà di me adesso? Sono solo e senza cibo. Stanco e infreddolito. Quanto vorrei essere nella mia gabbietta, con la mia ciotola di lombrichi e la mia copertina di lana!»

Quando smise di parlare, Gringot capì di non essere davvero solo, perché una risata meccanica gli fece tremare le piume.

«Ma cosa solo e solo!» diceva la voce. «Sei qui per farmi compagnia. E se proprio vuoi una gabbia, eccotela qua una gabbia!»

Gringot non riuscì a scappare in tempo. All’improvviso dieci pali bucarono il terreno e si chiusero sopra di lui. Che succede? Gringot provò a chiederlo al “nessuno” che lo aveva catturato, ma prima che potesse aprire becco, una vecchia strega comparve davanti a lui.

«Io sono la strega della luna» disse. «E ora tu sei mio prigioniero. Bandita sono stata dalla Terra e da secoli vivo su questo satellite. Le vedi le buche che hai scambiato per corvi? Stolto uccellaccio! Le ho create io con i miei incantesimi, nel tentativo di far esplodere la luna per andarmene da qui.»

La strega rideva di buon gusto e metteva in mostra denti sporchi e anneriti, con pezzi di croste lunari incastrati tra gli spazi. Di fronte a tale orrore Gringot sentì la voglia di piangere farsi salda nel petto; ma ancora la strega non aveva rivelato le sue intenzioni:

«Piangi, corvaccio, piangi! Cosa piangi a fare, se non sai che farò di te? Giorno e notte sorveglierò questa prigione, perché tu non riesca a fuggire, e quando le tue ali saranno abbastanza forti da sollevarmi, nel decimo anniversario dalla tua venuta, le taglierò con una lama e le userò per volare sulla Terra. Tu, invece, resterai qui. Morto che più morto non si può! O credi forse che qualcuno verrà a salvarti?»

Rideva ancora la strega e ad ogni risata si faceva più brutta, tanto che Gringot liberò mille singhiozzi. Anna non avrebbe potuto salvarlo, lei che era una bambina; e anche avesse potuto salvarlo, davvero avrebbe aiutato un corvo traditore?

Così passavano i giorni per Gringot, chiuso in una cella di legno. Dalla luna guardava Anna disperarsi per la sua scomparsa. Lo cercava in tutto il paese, senza riuscire a trovarlo, finché nella cittadina di Dora si iniziò a dire che Gringot fosse stato rapito dalla strega della luna.

«L’ho visto con i miei occhi» disse un corvo bianco. «E ho anche saputo dai pipistrelli che la strega lo terrà imprigionato fino al decimo anno, per poi tagliargli le ali e portargliele via.»

Gringot pianse ancor di più e con lui Anna che lo aveva perso. La bambina passò i giorni a chiedersi come salvarlo, ma per quanti libri leggesse, in cerca di consigli, restava un problema: la luna era lontana e lei non aveva ali per raggiungerla.

Fu in una notte di marzo che le venne l’idea. Quatta quatta, sgattaiolò fuori dal letto e si intrufolò nell’officina del falegname. C’erano trucioli ovunque, rametti più grossi, mobili che il vecchio lavoratore aveva piallato, tronchi che aspettavano il tocco dello scalpello.

Non volendo rubare molto, Anna portò via alcuni pezzi di noce che giacevano tra gli scarti, e un martello mezzo rotto. Con i bastoncini avrebbe realizzato la scala più alta del mondo, così da arrivare alla luna. Da quel momento, notte dopo notte, continuò a rubare pezzi di legno. La scala diventava sempre più alta, ma non abbastanza da raggiungere Gringot.

I giorni si trasformarono presto in mesi e i mesi si sommarono in anni. Anna ormai ne aveva quasi sedici e tutto il villaggio di Dora, vedendo la scala che si ergeva in via dei Trucioli, conosceva il desiderio della ragazza di salvare il corvo. In molti l’avevano consigliata di lasciar perdere: ma lo sai quanto è in alto la luna, Anna? Perché ti ostini a salvare quell’uccellaccio che ti ha tradita?

Anna però non dava conto alle chiacchiere e continuava la sua missione. Di notte le veniva da piangere, perché sapeva che lo scadere del termine si stava avvicinando. Anche Gringot piangeva, ma le sue erano lacrime di commozione, tanto lo aveva sorpreso l’amore che provava per lui la padroncina. Entrambi speravano che le stelle inviassero sulla Terra un miracolo.

E un giorno quel miracolo avvenne, prendendo le sembianze di un giovane, che lavorava come apprendista in una bottega di polveri da sparo. Più volte Luca aveva visto Anna salire sulla scala per aggiungere pioli. In cuor suo aveva sentito bruciare il desiderio di aiutarla, ma cosa poteva fare un semplice garzone? Passò molte notti in cerca di una via d’uscita, finché nel mezzo di un sogno la trovò. Erano le undici passate e la mezzanotte si stava avvicinando. Restava un’ora allo scoccare del decimo anno e poi la strega della luna avrebbe tagliato le ali al corvo.

Luca balzò fuori dal letto e corse al magazzino, dove recuperò alcuni razzi, ai quali lavorava da mesi. In pigiama e pantofole, raggiunse via dei Trucioli, riconobbe la scala e, facendo attenzione a non perdere un solo razzo, si sedette vicino ad Anna sul piolo più alto.

«Non chiedermi chi sia io» le disse. «Sappi solo che ti posso aiutare.»

«Come potresti, quando sono anni che cerco di salvare Gringot invano?» gli domandò Anna.

Subito Luca le fece vedere i razzi che aveva nascosto nelle tasche del pigiama.

«Li sparerò così in alto che Gringot li vedrà, e faranno talmente tanto rumore che la strega si spaventerà per il botto.»

Anna non credeva che il piano potesse funzionare, ma quali altre possibilità le restavano? Con un cenno del capo, gli disse di procedere. Lo vide legare i razzi all’ultimo piolo e accendere le micce. Mai Anna avrebbe detto che esistessero colori così belli! Schizzarono in aria come scariche, illuminando il cielo di saette argentate. Alcune scintille arrivarono talmente in alto che bruciarono il legno della gabbietta. Intanto il rumore dei fuochi d’artificio tormentava la vecchia strega.

«I miei timpani!» gridava. Correva da una buca a un cratere, terrorizzata dai botti e dalle fiamme che si attaccavano al mantello.

«Ben ti sta, megera!» disse Gringot. «Dicevi che sarei rimasto qui, morto che più morto non si può, invece ora me ne vado. Sorde sono le mie orecchie per l’età, e il botto dei fuochi mi sembra un ronzio di zanzara. Non temo poi le fiamme: la gioia della libertà vince la paura.»

Con queste parole salutò la strega che lo aveva privato della giovinezza, ingannandolo con macchie lunari che sembravano corvi. Diede un battito di ali e, seguendo la scia dei fuochi d’artificio, planò fino al piolo dove Anna, seduta accanto a Luca, lo attendeva con il braccio alzato.

Incipit: la notte degli Oscar

I più quotati e il mio preferito

È da un po’ che non compaio su questo blog, ho un arretrato impressionante di articoli da leggere, mille idee da mettere nero su bianco, il costante imperativo categorico del “Ma sì, dopo troverò un po’ di tempo per farlo”.

E invece il famoso briciolo di tempo libero non lo trovo mai. Nonostante mi fossi ripromessa di essere un minimo costante su questo spazio, colleziono l’ennesimo fallimento.

Mettiamola così, l’università e il lavoro mi stanno uccidendo. D’altra parte continuano ad essere una profondissima fonte di idee. Proprio oggi con alcuni colleghi parlavo della scintilla che si innesca quando ci imbattiamo nel libro giusto. Capita quando si è in biblioteca o in libreria e si viene corteggiati da miliardi di copertine e titoli in grassetto e colori mozzafiato. E allora chi selezionare dalla schiera dei candidati?

Qualche mese fa, sul Sole 24 Ore, è uscito un ormai famosissimo articolo in cui si commenta il ritmo della narrativa contemporanea. I lettori, forse impigriti da cinema e telefilm, mal tollerano le letture lente, pesanti, con troppe descrizioni e riflessioni mentali. L’importante è che il ritmo sia incalzante, che tra una riga d’inchiostro e lo spazio vuoto di un nuovo paragrafo non si abbia l’attimo di prendere un respiro. Più veloce è un testo, più ci perdiamo nei dialoghi, nelle azioni e nell’alternarsi di scene, più ci lasciamo incatenare dal piacere della lettura.

È certo però che in libreria non si possono “rubare” pagine e pagine di un romanzo, prestare attenzione al ritmo e ai nomi di quegli autori che hanno su di noi un effetto trascinante. E allora subentra un nuovo fattore scintilla: l’incipit.

Penso che lo facciamo un po’ tutti, leggiucchiare le prime righe per capire lo stile, il tema, il suono; per scoprire se quell’autore ha il dono della parola e saprà trascinarci verso ore indimenticabili di relax e suspence.

Io sono una persona anomala, lo ammetto, e spesso leggo anche il finale, così, giusto per non restarci male. Capisco però che i comuni e saggi mortali si limitino all’incipit e scansino il sacrosanto timore di imbattersi in eventuali spoiler.

Sarà per questo motivo che esistono mille liste di “migliori incipit” e forse nessuna di “migliori finali?” Su questo ci tornerò un’altra volta. Per oggi mi basta citare la lista che più ho apprezzato. Si tratta di 100 incipit selezionati dall’American Book Review, una rivista pubblicata dal dipartimento di Letteratura Contemporanea, Università dell’Illinois. Non potendo riportare tutti i titoli, ho inserito il link della classifica.

Qualche commento a caldo? Salti di gioia quando ho visto il mio incipit (e romanzo )preferito; salti di mezza gioia quando ho visto che c’è anche un italiano. Ma per andare con ordine riporterò i cinque, sei casi che mi hanno colpita di più.

 

Posizione numero 1

Moby Dick

Moby Dick  – Herman Melville

 

Call me Ishmael.

Non ci avevo mai pensato, Moby Dick l’ho letto secoli fa, ma quando ho visto il romanzo sul podio ho dovuto ammetterlo: è meritato. Call me Ishmael aggancia subito il lettore, ha quel tono di confidenza, quasi stessimo porgendo le orecchie in attesa di un segreto. Non importa il resto del paragrafo o della pagina. Ci si chiede subito chi sia questo Ishmael e quale la sua storia.

 

 

Posizione numero 2

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Pride and Prejudice – Jane Austen

It is a truth universally acknowledged, that a single man in possession of a good fortune, must be in want of a wife.

Non mi fa impazzire, ma ammetto che è uno degli incipit più famosi di tutta la letteratura. E del resto quale donna, almeno per un secondo della sua triste esistenza, non ha sognato di avere il suo Mr. Darcy?

 

 

Posizione numero 3

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Gravity’s Rainbow – Thomas Pynchon.

 

A screaming comes across the sky.

È con profondo imbarazzo che confesso di non aver letto il libro, per quanto sia uno particolarmente discusso e o amato o demolito. Dovrò provvedere visto che è sul podio della vittoria. In realtà l’incipit mi sa di già sentito e per nulla originale. Ma il libro potrebbe sorprendermi. Argomento da approfondire.

 

 

Posizione numero 5

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Lolita – Vladimir Nabokov

 

Lolita, light of my life, fire of my loins.

Sì, salto una posizione (Cent’anni di Solitudine di Marquez), per approdare a un incipit sul quale sono imparziale. Lolita è un must! Va letto almeno una volta nella vita. E non esiste il “ma sono troppo piccolo per un libro del genere”, detto da donne o uomini di vent’anni. Nabokov ha uno stile sublime, il dono di farti uscire dagli schemi, di stravolgere il tuo punto di vista e di farti sentire in colpa per aver rinnegato le tue convinzioni. Sono pochi i libri capaci di farti litigare con te stesso perché “ma cosa stai pensando, non è giusto, sì, però…”. E l’incipit… già quello è una garanzia!

 

Posizione numero 6

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Anna Karenina – Lev Tolstoj

 

Tutte le famiglie felici sono simili tra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.

Il mio libro preferito, la mia storia preferita, quel “polpettone” (cit. i miei colleghi) che ho letto miliardi di volte e del quale ho visto ogni versione televisiva / cinematografica, comprese quelle inguardabili! Quando ho confessato ai miei interlocutori di ritenere l’incipit di Anna Karenina perfetto, sono stata schernita con un “Eh che palle, non sarà nemmeno nelle prime mille posizioni!”.

E invece l’articolo mi dà ragione! So benissimo che non esiste una ricetta corretta per il miglior inizio (entriamo nel terreno del de gustibus), ma per me questo incipit possiede una potentissima arma che molti scrittori non sanno sfruttare: il gossip.

Sì, perché se uno mi scrive che ci sono famiglie infelici, è chiaro che leggerò di tradimenti, amori passionali, mogli che minacciano di trucidare i mariti e così via. E volenti o nolenti, tutti si lasciano trascinare dal carro dei pettegolezzi.

Che poi Anna Karenina è molto, ma molto, ma molto di più. E in realtà la storiella d’amore a finale tragico non è nemmeno la parte meglio riuscita del romanzo.

Ma comunque… l’incipit funziona e non sono l’unica a pensarlo.

 

Posizione 14 (e qui mi fermo)

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Se una notte d’inverno un viaggiatore – Italo Calvino

 

Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto. La porta è meglio chiuderla; di là c’è sempre la televisione accesa.

Italo Calvino. Nonché il mio scrittore italiano preferito. Un po’ di sano campanilismo. Quanto ho goduto nel trovare il suo nome in mezzo a quella lista dal sound very international! Calvino, per fortuna ci sei stato tu! Di tutti i nostri romanzieri italiani, alcuni per altro eccelsi, l’università dell’Illinois ha considerato solo te.

 

Commento finale

E voi? Qual è l’incipit che più vi ha colpito? Delle letture recenti, ho apprezzato quello di My name is red (Orhan Pamuk), libro che sto lentamente leggendo in inglese. Ha quel retrogusto macabro e intrigante che mi ha subito affascinata.

I am nothing but a corpse now, a body at the bottom of a well.

E ora, sperando di non lasciar passare un quasi altro mese, smetto di scrivere, vi saluto e vi auguro una buona serata!

Punti di zanzara

Esercizi di scrittura

Era un’afosa sera di fine autunno. La zanzara sopravviveva al freddo della stagione e ronzava nell’aria del giardino. Fiutava le particelle di sudore che si staccavano dai corpi umani, atleti in corsa sul lungolago, cercava il nettare più prelibato: sangue.

Si sentiva un’ape regina a tutti gli effetti, con il pungiglione sporto all’infuori, pronto a iniettarsi nella carne. Si vedeva ubriaca al sol pensiero di quel liquido tanto dolce che si mescolava al suo. Si beava di essere una zanzara e di poter assaporare una delizia. Lasciava che un fiotto di vento la cullasse e guidasse verso la meta ambita. E poi si posò sul suolo tenero e caldo, morbido come velluto, soffice come un materasso: la coscia. Sangue liquido, sangue grasso, sangue nutriente.

E lei era lì, sola, unica tra le sue compagne, la vincitrice. Si sentiva come la modella di punta in passerella, agghindata in un vestitino zebrato davvero fashion, degno della miglior copertina di Cosmopolitan. Prolungava l’attesa, perché più sarebbe stata lunga, più sarebbe stato forte il piacere di dissetarsi.

Finché fu solo dolore. La mano la schiacciò.