Un piccolo addio a un grande scrittore

È morto Philip Roth, autore di Pastorale Americana

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Tutto quello che ho per difendermi è l’alfabeto; è quanto mi hanno dato al posto del fucile.

Ritorno in questo blog dopo secoli di assenza e lo faccio per una triste notizia appresa poco fa dalla Repubblica. È morto Philip Roth, vincitore nel 1998 del premio Pulitzer. Il mio non sarà un intervento lungo, né tanto meno sensato, ma mi sembra doveroso accennare a questo fatto: Roth rientra nella rosa di quegli autori che hanno offerto un contributo essenziale alla letteratura americana novecentesca.

Ho conosciuto il nome di Roth all’università, tardi, per colpa di un professore che parlava di ogni argomento possibile e inimmaginabile all’infuori di Dante, un vizio ammirabile di tergiversare che ha ampliato le mie conoscenze letterarie.

«Leggete, Pastorale Americana» professava dalla sua cattedra, sputacchiando nel microfono. «Leggete, Pastorale Americana

Io e i miei colleghi – infarciti di tomi e saggi su Dante e Petrarca e Boccaccio – fuggimmo da Roth come dalla peste del 1348. Perché se lo diceva lui, Il Professore, Pastorale Americana doveva essere leggero quanto un blocco di piombo dritto in testa.

Col senno di poi, in effetti…

Roth l’ho conosciuto per le retrovie, partendo dai romanzi meno noti, primo fra tutti il romanzo giovanile Quando lei era buona, storia di una donna “ossessionata” dall’essere giusta e pura, per rimediare alla sua infanzia infelice. Una netta rottura con l’ideale dell’ottimismo socratico, per cui “se sai che una cosa è bene, allora la fai”. La protagonista Lucy ha un concetto tutto suo di bontà e giustizia e, quando gli altri smetteranno di adattarsi al suo volere, la tragedia sarà alle porte.

 

quando lei era buona
Dalla copertina dell’edizione Einaudi

 

Anche quella battaglia aveva combattuto e anche quella battaglia aveva vinto, eppure le sembrava di non essere mai stata in vita sua tanto desolata quanto si sentiva desolata adesso. Sí, aveva ottenuto tutto quel che aveva voluto, ma aveva l’impressione, mentre tornavano a casa attraverso la tempesta, che non sarebbe mai morta – che sarebbe vissuta per sempre in quel nuovo mondo che si era costruita, e non sarebbe mai morta, e non avrebbe mai avuto la possibilità di essere non solo giusta, ma felice.

 

Il fatto che alla base della trama vi fosse un pensiero tanto semplice mi ha subito agganciata. E a poco a poco ho imparato ad apprezzare questo autore. Certo, lo stile non è dei più facili e spesso mi è risultato troppo prolisso (da che pulpito!), ma l’analisi psicologica dei personaggi, le motivazioni che li spingono ad agire, il loro background spesso infelice, intrecciato con la storia americana, mi hanno spinta a conoscere altre sue opere.

 

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Alla fine sono approdata anche a Pastorale Americana, l’incubo del terrorismo, lo scandalo di Watergate, un dramma familiare che si innesta su una crisi nazionale più accentuata. Lettura pesante, sia per la mole sia per il senso di rammarico che ti lascia. Ma soprattutto lettura che mi aveva portato a dire: «Ci posso scommettere. Il Nobel! Un giorno a Roth dovranno dare il Nobel!»

Oggi, con la sua morte, ho perso la mia scommessa.

In un Caffè all’angolo della strada

Era stato il suo profumo a farlo innamorare. Delicato, una scia frizzante, identica a una boccata di respiro dopo la pioggia. Aveva il dono di entrare nelle narici e stendere i nervi; si mescolava all’odore di caffè, sul tavolo di lei.

Lei. Sedeva ogni mattina allo stesso posto e prendeva sempre la solita colazione: cappuccino, brioche alla marmellata. Mangiava a piccoli bocconi, spezzando la cima del croissant con la punta delle dita e portandola alle labbra. E quando sorrideva, sola, accanto alla finestra, spariva in un altro mondo. Non serviva avere una macchina leggi-pensieri, per capirlo. Bastava mettere a fuoco lo sguardo e percepire quella piccola luce che le brillava negli occhi.

Ecco, a dire il vero era stata proprio quella luce a farlo innamorare, non il suo profumo. Le palpebre abbassate, il neo sotto il sopracciglio destro, una macchietta nera coperta da un velo di ombretto verde. Lo portava solo quando c’era il sole, perfettamente intonato con le sue iridi azzurro mare.

Lui la studiava da lontano e si diceva che voleva essere lì, in quel mondo immaginario, al suo fianco.

Voglio essere lì, voglio essere con te.

Lei sorrideva, manco avesse intercettato quel pensiero peccaminoso. Che follia! Non erano per lui quei sorrisi abbozzati, rapidi a sparire affogati in un nuovo sorso di cappuccino. Se sorrideva, era perché la sua mente aveva creato una nuova storia, il veliero dell’immaginazione che navigava lontano, verso una nuova avventura.

Se hai una nuova storia, raccontala a me, pensava lui. Raccontala a me e io l’ascolterò.

 

*

 

Avrebbe aggiunto volentieri il suo nome, peccato non lo sapesse. Non si erano mai parlati, né aveva mai origliato una conversazione che la vedesse protagonista. Impossibile: era sempre sola, al tavolo alla finestra, nel Caffè all’angolo della strada.

A volte gli sarebbe piaciuto seguirla, con discrezione, ma un guinzaglio lo bloccava, premeva sul collo, soffocava il respiro. E così sapeva di non poterle correre incontro. Sarebbe stato sbagliato volerla conoscere, sarebbe stato sbagliato per Rosa, la sua donna, l’unica voce da cui lasciarsi ammaliare.

«Vuoi qualcosa da bere?» gli chiedeva ogni mattina. Lui non rispondeva mai e così Rosa scambiava il suo silenzio per un no, si spalmava una noce di burro sulla fetta biscottata e lo lasciava a digiuno.

 

*

 

A volte non la trovava nel Caffè. Allora i dubbi si avvinghiavano alla mente, lo gettavano in un labirinto di panico, a chiedersi dove fosse finita. In quei giorni di vuoto e disperazione, si confrontava con un’evidentissima realtà che gli faceva agghiacciare il sangue nelle vene. Di lei sapeva tutto e non sapeva niente: perché in quel Caffè, perché da sola… o forse aveva qualcuno? Da un mese intero la osservava, eppure quella domanda restava un chiodo arrugginito piantato in testa. E un altro chiodo gli perforava atri e ventricoli del cuore: il timore che non tornasse.

Per fortuna tornava sempre. In un giorno come un altro, la porta di vetro si apriva e dall’uscio schiuso si infilava il profumo di pioggia. Il battito dei tacchi picchiettava sulle piastrelle, una marcia di passetti fino al tavolo alla finestra. Allora lui scaricava a terra la tensione dell’attesa, liberava un respiro che Rosa scambiava per uno sbuffo annoiato.

È tornata, è tutto come prima. Lei guarda il giornale e non mi vede. Ordina cappuccino, brioche alla marmellata. Sbadiglia. Deve essere andata a teatro, deve essere stanca.

 

*

 

Le piaceva il teatro. Nessuno glielo aveva mai detto, ma lui lo sapeva. Era una logica conseguenza del suo mondo immaginario. Perché chi vaga con la mente verso spiagge di parole non può odiare nessuna storia. Se avesse avuto soldi o tasche bucate, gli sarebbe piaciuto portarla a uno spettacolo. Ma in realtà non poteva nemmeno chiederle un appuntamento. Come avrebbe fatto ad alzarsi, avvicinarsi al tavolo, sederlesi di fronte e iniziare una conversazione fuori dal nulla?

Certo, se le avesse chiesto di uscire, non l’avrebbe portata a teatro. L’avrebbe invitata a casa sua e avrebbero guardato un film sul divano, vicini, ad annusare gli odori dei loro corpi e il caldo di una coperta di lana e le fiamme del caminetto acceso. E se avesse avuto i soldi, la mattina dopo, sarebbe uscito di corsa, oltre la Piazza delle Erbe, verso la gioielleria più vicina. Le avrebbe comprato un anello, il più costoso.

 

*

 

La scatola con l’anello era in mezzo al tavolo, vicino al cappuccino, un contenitore di velluto azzurro. Nonostante fosse chiuso, sapeva benissimo che cosa ci fosse dentro. Era una di quelle scatolette eloquenti, un piccolo cofanetto che non lasciava margine di errore.

Lei guardava la scatola senza proferire parola. Pioveva e quel giorno le palpebre non erano abbassate, il neo sotto il sopracciglio senza quel velo di ombretto verde. Mise una mano sul contenitore e, quando lo aprì, il respiro le si bloccò nel petto. Un anello, chi lo avrebbe detto? L’anello più costoso, quello della gioielleria oltre Piazza delle Erbe. Un diamante da chissà quanti carati su una montatura di oro bianco.

«Significa-» La voce le si spense in gola.

«Mi vuoi sposare?»

Lei si mordicchiò il labbro inferiore, un sorriso le illuminò le guance.

«Rob, sì!»

L’uomo si strinse nell’impermeabile nero. Le mise l’anello al dito e rimase a guardarla dalla sua sedia, mentre lei parlava e gli raccontava una storia, un sogno di quando era piccola. Sedeva scomposto, la testa sostenuta dai gomiti, la classica aria di chi è indifferente e finge di sentire, mentre invece le orecchie sono tappate e non permettono il filtraggio di un singolo suono.

Se solo fossi io, pensò lui.

Lui l’avrebbe ascoltata fino alla fine.

 

*

 

Quando la rivide in quel Caffè all’angolo della strada, erano passati cinque anni, ma lei era sempre uguale, con i ricci neri e il neo e l’ombretto e il sorriso leggero decorato da uno strato di burro-cacao al miele. Lui invece era diventato vecchio. Gli acciacchi dell’età li sentiva nelle gambe: quando si sedeva, quando si alzava, quando camminava.

A volte la schiena scricchiolava e allora Rosa tirava su con il naso. Stava in pena per lui, ma nemmeno la compassione e le lacrime potevano farlo sentire in colpa per non averla amata. Il problema continuava a essere lei, lei che era tornata a occupare lo stesso posto, al tavolo vicino alla finestra. E prendeva la stessa colazione, cappuccino e brioche alla marmellata. E Rosa gli chiedeva se voleva bere e lui non rispondeva e Rosa scambiava il silenzio per un no e spalmava la noce di burro sulla fetta biscottata e lui rimaneva a digiuno e la guardava.

Non aveva più l’anello al dito, non c’era più Rob nel suo futuro.

Voglio esserci io, voglio esserci io adesso.

Lei chiuse il giornale, la schiuma del cappuccino afflosciata su se stessa, la brioche non toccata. Iridi azzurre puntate in iridi nocciola, il primo sguardo, il primo confronto, il primo attimo di riconoscimento, dopo una vita di attesa, il loro momento.

Il sorriso le tornò sulle labbra, la mano sventolata in un saluto. Un saluto per lui, solo ed esclusivamente per lui. Questa volta nella realtà, non in uno dei loro mondi immaginari. Ma Rosa si alzò, colazione finita.

Non adesso, ti prego, non adesso.

Tirò il guinzaglio, uno strattone al collo.

«Andiamo, Jack!».

Le fiabe sono vere

Un breve discorso firmato Calvino

Io credo questo: le fiabe sono vere.

Sono, prese tutte insieme, nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminio delle coscienze contadine fino a noi;

sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e una donna, soprattutto per la parte della vita che appunto è il farsi di un destino: la giovinezza, dalla nascita che sovente porta in sé un auspicio o una condanna, al distacco dalla casa, alle prove per diventare adulto e poi maturo, per confermarsi come essere umano.

E in questo sommario disegno, tutto: la drastica divisione dei viventi in re e poveri, ma la loro parità sostanziale; la persecuzione dell’innocente e il suo riscatto come termini d’una dialettica interna ad ogni vita; l’amore incontrato prima di conoscerlo e subito sofferto come bene perduto; la comune sorte di soggiacere a incantesimi, cioè d’essere determinato da forze complesse e sconosciute, e lo sforzo per liberarsi e autodeterminarsi inteso come un dovere elementare, insieme a quello di liberare gli altri, anzi il non potersi liberare da soli, il liberarsi liberando; la fedeltà a un impegno e la purezza di cuore come virtù basilari che portano alla salvezza ed al trionfo; la bellezza come segno di grazia, ma che può essere nascosta sotto spoglie d’umile bruttezza come un corpo di rana; e soprattutto la sostanza unitaria del tutto, uomini bestie piante cose, l’infinita possibilità di metamorfosi di ciò che esiste…

I. Calvino, Fiabe Italiane, 1956, vol.I, p.XVIII

 

Ricordando il Natale

… ma quello dei libri!

Ormai il Natale è alle porte! Lo ricorda il calendario, lo sento nell’aria, lo vedo nelle pacchiane decorazioni del centro, lo ascolto nelle canzoni che i bambini strillano per strada. Santa Claus is coming to town regna sovrana! Il mio spirito natalizio è talmente alle stelle che la slitta di Babbo Natale potrebbe volare solo grazie alla sottoscritta. Sì, il Natale lo amo, da sempre… anche se la scoperta della non esistenza del Signor Claus risale a moltissimi anni fa.

Ricordo ancora di aver riconosciuto ad una prima occhiata l’ennesimo adulto travestito da Babbo Natale (nel mio caso la mamma dei vicini di casa). Così, mentre lei se la ridacchiava alla “ohohoh” ed elargiva doni e dolci, io le puntavo il dito contro, minacciandola con un tetro: “Io e te, bugiarda, abbiamo una faccenda in sospeso. Non finisce qui!”.

L’anno dopo scoprii mia mamma mentre sistemava i regali sotto l’albero, ma il danno ormai era fatto. Ciononostante, non ho mai smesso di amare il Natale e lo dimostra il fatto che, tra le mie storie preferite, molte abbiano a che fare con innevate e magiche atmosfere da feste.

Così, giusto per entrare ancora di più nello spirito natailzio, mi sono chiesta quali sono i libri natalizi e/o inerenti al periodo che mi hanno influenzata maggiormente. E come prime scelte, seppur non originalissime, ho rintracciato dal libro dei ricordi i seguenti titoli:

 

 

Canto di Natale

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Autore: Charles Dickens

Anno: 1843

Pagine: 120 (dipende dall’edizione)

Un classico. Sia per il libro sia per le varie versioni cinematografiche. La storia inutile ricordarla, basta citare il nome del suo scontrosissimo protagonista per far suonare i campanellini della memoria: Ebenezer Scrooge! Per quel che mi riguarda, il film della Walt Disney avrà sempre un posticino al calduccio nel mio cuore.

 

Fuga dal Natale

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Autore: John Grisham

Editore: Mondadori

Anno: 2005

Pagine: 153, Brossura

 

Su “Fuga dal Natale” ci sono letteralmente sbattuta contro. Reso famoso dal film e dalla fama dell’autore, non lo avrei mai e poi mai comprato in liberia. Il volumetto è approdato a casa mia in quei classici cesti che si regalano a Natale, tra un pandoro, un sacchetto di arachidi e una bottiglia di spumante. Da me vige la regola che se un libro mette piede in casa, bisogna almeno leggere le prime pagine. E alla fine me lo sono letto tutto. Qualche ora piacevole, passata a ridacchiare e ad assaporare l’atmosfera di “Natale, famiglia e amore” tipica delle feste.

La trama è arcinota e me ne libererò quindi con un velocissimo cenno.

Luther e Nora Krank hanno una sola figlia, Blair, e da sempre festeggiano il Natale con decorazioni, mega alberi di Natale, super cene con un miliardo di portate, lucette di mille colori che si vedono perfino dallo spazio. Ma quando Blair parte come volontaria per il Sudamerica, di Natale non si può più parlare. Perché, ora che la nostra coppietta è sola e felice, non può concedersi una rilassante crociera ai Caraibi? L’idea è eccellente, se non che il giorno della vigilia arriva una terribile notizia: Blair sta tornando a casa. Come farà la famiglia Krank a improvvisare il classico cenone di Natale in meno di 24h?

 

La piccola fiammiferaia

Autore: Andersen

Genere: fiaba

Corta, piccina, straziante. L’ennesima riprova che le fiabe di Andersen siano agli antipodi dell’Happy Ending. Per qualche strana ragione, forse per il freddo, leggo sempre questa fiaba, a stento una pagina di parole, nel periodo natalizio. E ogni volta è il magone, nonché fiumi di lacrime. In fondo non mi voglio troppo bene.

 

Rover salva il Natale

Rover salva il Natale

Autore: Roddy Doyle

Editore: Salani

Anno edizione: 2002

Pagine 152, Brossura

Quando ho letto questo libro, ero grandicella e infatti l’ho recitato alla mia cuginetta (troppo piccola per capirci qualcosa). È un libretto simpatico, si conclude in un secondo, ma mi ha fatta balzare nell’infanzia. Di che cosa parla? Il 24 dicembre è alle porte e Babbo Natale è pronto per l’intrepida avventura di tutti gli anni: portare i regali a tutti i bambini buoni del mondo. Peccato che la sua renna number 1, un certo Rudolph dal naso rosso, abbia deciso di scioperare. E allora come farà Babbo Natale a concludere la missione? A sbrogliare la matassa dell’impiccio, sarà un astutissimo elfo. C’è infatti un cane, Rover, con tutte le carte in regola per sostituire Rudolph. Ma riuscirà il nostro elfo a convincerlo? Si sa: lavorare gratis non piace a nessuno di questi tempi, soprattutto a un cagnaccio che non vuole farsi sfruttare da un ciccione con il paltò rosso.

 

Schiaccianoci e il re dei topi

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Autore: Hoffmann

Anno: 1816

Genere: racconto

Non un vero libro, ma un racconto. Pubblicato da Hoffmann nel 1816. La storia è svettata poi all’apice della notorietà grazie alla versione di Alexandre Dumas Padre, Lo schiaccianoci. I protagonisti sono giocattoli e pupazzi che prendono vita e devono sconfiggere l’esercito dei topi. A sostenere le difese, il capo dei pupazzi, lo Schiaccianoci, un tempo un essere umano, e Maria, la bambina che ha ricevuto in dono quel burattino magico.

Le lettere di Babbo Natale

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Autore: J. R. R. Tolkien

Casa Editrice: Bompiani

Anno: 2004

Pagine: 111, Brossura

Opera meno nota del ben più noto J.R.R. Tolkien, libretto quasi introvabile che viene stampato ogni tanto (in genere in periodo natalizio) per poi cadere nell’oblio. Ho preso in prestito Le lettere di Babbo Natale qualche anno fa in biblioteca. Un piccolo gioiellino che scalda il cuore, in tutta la sua semplicità e con un senso di amore che si respira in ogni pagina.

L’autore del Signore degli Anelli e dello Hobbit scriveva ogni anno lettere per i propri figli e le firmava “Babbo Natale”. Ogni letterina veniva chiusa in una busta bianca e decorata con disegni e francobolli natalizi. Sono testi pieni di fantasia, nei quali la magia e l’ironia restano le protagoniste indiscusse.

Il tutto accompagnato dalle splendide illustrazioni di Tolkien. Maledetto lui che era capace perfino di disegnare!

 

Babbo Natale Picchiatello

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Autore: Nicolas de Hirsching

Casa editrice: Interlinea

Pagine: 43

Ma quanto mi piaceva questa storia da piccolina? Il libricino arrivò a casa per posta, nel giusto periodo dell’anno. Il titolo è semi-sconosciuto, la lettura decisamente per bambini, ma la storiella è così simpatica che la ricordo ancora davvero volentieri. Premesso che sono quasi sicura di averlo letto in un’altra edizione e non in quella ricordata da IBS, di cosa parla la trama?

Di questi tempi nessuno crede all’esistenza di Babbo Natale. Ma volete sapere qual è il paradosso? Altro che nessuno, ne esistono a migliaia! E in effetti è impensabile che un solo Babbo Natale consegni regali in ogni angolo del mondo nell’arco di una notte. Il problema è che non tutti i Babbo Natale sono efficienti. Uno di loro è capace di combinare solamente guai e per questo è stato soprannominato Babbo Natale Picchiatello. Come ci si potrebbe aspettare da un simile personaggio, la catastrofe è dietro l’angolo. O forse sarebbe meglio parlare di idea geniale: perché non festeggiare il Natale tutti i giorni dell’anno?

 

Conclusione

Di libri di Natale ce ne sono a bizzeffe e sono sicura che moltissimi blog abbiano proposto dei titoli più seri dei miei. E voi? Avete qualche romanzo, racconto o fiaba con il potere di evocare la magia del Natale?

2017 Reading Challenge

Completed!

Sfida Goodreads

 

È successo giusto giusto ieri, quando ormai mi stavo rassegnando, convinta di non farcela! Finalmente ho finito la Reading Challenge di Goodreads, anche se con grande rammarico, considerato che mi ero posta un traguardo fin troppo limitato.

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Che cos’è la Reading Challenge?

Un’iniziativa di Goodreads, un social network destinato ai libri e a chi dei libri non può farne a meno. Riassumendo, possiamo dire che è la versione più internazionale di Anobii. Consente di costruire una propria biblioteca online, di lasciare dei commenti, di votare un libro assegnando stelline, di fare conoscenze e di partecipare a gruppi.

Non essendo una persona molto attiva tecnologicamente, Goodreads lo sfrutto al minimo. Di tanto in tanto, mi ricordo di aggiornare lo scaffale libreria e di votare. Ma la Reading Challenge mi ha completamente rapita e sono sicura che, se sono riuscita a concludere i miei miseri venti libri, il merito va a tutto a lei.

 

Come funziona?

In una maniera molto semplice. A inizio anno si sceglie un numero di libri da leggere nell’arco di dodici mesi. Venti, nel mio caso. Poi si procede e man mano che si finisce un romanzo, si passa al successivo. C’è un quadratino a lato della schermata che tiene il conto dei libri letti, presenta una barra per valutare l’avanzare dei progressi, puntualizza quanto ancora ci manca per arrivare al traguardo.

È una sfida, appunto, come suggerito dalla parola inglese “challenge”. E in effetti mi sono sentita sfidata per tutto il corso dell’anno. Quando ero stanca, quando dovevo studiare, quando avrei dovuto leggere saggi e trattati, anziché romanzi, mi ricordavo di essere nel pieno di una battaglia e di dover bruciare almeno una cinquantina di pagine, pur di non perdere la gara.

 

Odiblue books 2017

 

Che poi ho felicemente barato. Ho scelto libri anche molto brevi (Mendel dei libri), libri che ho riletto (Fiori per Algernon), libri con i quali sapevo di andare sul sicuro (My name is red).

 

Dati Goodreads challenge

 

Non sono felice del mio traguardo. Non lo sono proprio per niente. Venti libri in un anno è il nulla, se paragonato a quel che leggevo in passato. Ai tempi del liceo, avevo una media di quaranta romanzi ad estate; ai tempi dell’università, un drastico calo a quaranta libri annuali; e ora, ai tempi dell’università e del lavoro, il numero si è ridotto a un misero venti.

Spero di migliorare con il nuovo anno. Dovesse ripartire la Reading Challenge, azzarderò un trenta, confidando di riavvicinarmi agli antichi fasti! E credo di dover iniziare sin da ora a pianificare con quali letture cogliere la sfida.

Se avete qualche romanzo che vi ha lasciato a corte di parole, sono tutta orecchie!

T.d.r. Il paese delle prugne verdi

ovvero… tempo di recensione!

È passato un po’ di tempo da quando ho annunciato l’arrivo di questa recensione. E come sempre mi sono presa un mese per riflettere e sperare di scrivere un commento decente, anche se probabilmente non risulterà tale: le mie idee in proposito sono molto confuse.

Per parlare del Paese delle prugne verdi, è essenziale avere un minimo di informazioni sulla trama e sul periodo storico, il vero e tragico main character della vicenda.

 

L’incipit

Se stiamo in silenzio, mettiamo in imbarazzo, diceva Edgar, se parliamo, diventiamo ridicoli.

Sedevamo da troppo tempo davanti alle foto sul pavimento. A forza di sedere, le mie gambe si erano addormentate. Schiacciavamo tante cose con le parole in bocca quante coi piedi nel prato. Ma anche col silenzio. Edgar taceva.

Non riesco a immaginarmi alcuna tomba, oggi. Solo una cintura, una finestra, una noce e una fune. Ogni morte per me è come un sacco.

Se lo sente qualcuno, diceva Edgar, ti prende per pazza.

E quando ci penso, è come se ogni morto si lasciasse alle spalle un sacco di parole. Mi vengono sempre in mente il barbiere e le forbici, perché i morti non li utilizzano più. E il fatto che i morti non perdono un bottone.

 

Trama

L’io narrante del romanzo – alias la protagonista – vive in un paesino a sud della Romania. Sono gli anni Ottanta e il Paese è sottomesso alla dittatura di Ceausescu. Non c’è spazio per la libertà, per il pensiero, per la scrittura, per l’indipendenza. Ogni cittadino è come una pedina mossa sulla scacchiera del regime; qualsiasi azione non autorizzata viene punita e repressa da un terribile arbitro: la polizia. E così ci sono pedinamenti, minacce, persecuzioni, carriere mandate a monte, accuse infondate, misteriosi suicidi.

La protagonista appartiene alla minoranza tedesca, motivo per cui i sospetti nei suoi confronti sono quintuplicati. Per quanto mantenga un profilo basso, la tragedia si nasconde dietro all’angolo e impiega un battito di ciglio per metterla sotto la luce dei riflettori: Lola, una sua amica, viene violentata dal professore di ginnastica e si suicida.

La polizia entra nella sua stanza, porta via il cadavere, lo getta in una borsa con ancora addosso quelle calze nere che Lola sempre indossava. E la protagonista resta lì, imbambolata sulla porta, silenziosa testimone di una morte destinata a sparire nella polvere. Perché il resto del mondo non parla più di Lola, ma preferisce chiudere gli occhi e condannarla al nero dell’oblio: Lola non è mai esistita, non c’è più la sua foto, il nome suona straniero, il letto resta vuoto.

Il regime ordina di dimenticare il crimine e Lola, da vittima, viene prima schernita, poi annullata, un’importanza ancora minore rispetto a quelle prugne verdi che tornano con insistenza nel testo. Ma la narratrice non riesce a zittire la sua voce. Più l’imperativo del “dimentica!” si fa forte, più cresce in lei il bisogno di stringersi al ricordo di Lola, di avvicinarsi a chi non riesce a scordarla.

Così la vita della protagonista si intreccia con quella di altri personaggi. Iniziano gli incontri segreti, le perquisizioni della polizia, il desiderio di fuggire lontano. L’importante è scappare dal regime, anche se è il regime stesso a non rendere l’opzione contemplabile. A regnare solo i brutti sentimenti, come la diffidenza:

Come spesso accadeva, quando erano diffidenti [Kurt, Georg e Edgar], avrebbero recitato la poesia:

Ognuno aveva un amico in ogni pezzetto di nuvola

così è infatti con gli amici dove il mondo è pieno di terrore

anche mia madre diceva è del tutto normale

non mettere in discussione gli amici

pensa a cose più serie.

La paura:

Poiché avevamo paura, Edgar, Kurt, Georg e io stavamo insieme ogni giorno. Stavamo seduti al tavolo, ma la paura rimaneva isolata in ogni testa, così come ce la portavamo dietro quando c’incontravamo. Ridevamo molto, per nasconderla gli uni agli altri. Perché la paura svicola. Quando si domina il proprio volto, sguscia fuori nella voce. Se riesci a tenere in pugno il volto e la voce come se fossero un pezzo inanimato, sfugge persino dalle dita. Trapassa la pelle. Gira libera, la si vede negli oggetti che stanno nelle vicinanze.

I trucchi per evitare la censura:

Per l’interrogatorio una frase con le forbicine per unghie, disse Kurt, per la perquisizione una frase con scarpe, per il pedinamento una frase raffreddata. Dopo il titolo sempre il punto esclamativo, per una minaccia di morte solo una virgola

 

Ambientazione

Cupa, fosca, una nebbia fittissima che spegne ogni scintilla di speranza. Romania, anni Ottanta. Gli ultimi anni di una dittatura iniziata nel 1965 e che si concluderà solo nel 1989. Il Conducator, dittatore Nicolae Ceausescu, è il bersaglio politico di questo romanzo. La denuncia al suo operato è un motivo ricorrente nei romanzi di questa autrice. E del resto Herta Müller, nata tedesca, ma cittadina romena, non ha avuto vita facile né come donna né come scrittrice. Basti pensare a un episodio che sicuramente l’ha segnata, benché fosse ormai lontana da quelle terre: nel 1989 uno dei suoi migliori amici venne trovato impiccato nel suo appartamento, il caso archiviato come suicidio. Pochi giorni dopo il dossier fu cancellato, il nome rimosso dagli archivi.

Un’analogia con la storia di Lola?

Sicuramente gli spunti biografici sono molti. Ce lo testimonia questa esigenza, quasi un sogno ossessionante, di lasciare la Romania e volare verso la libertà. Dopo una censura ai suoi primi romanzi, Herta Müller lo ha fatto. Via dalla Romania e verso la Germania. Ma non è bastato cambiare luogo per rimuovere gli spettri del passato, ed è come se la sua penna avesse avuto il dovere di testimoniare le atrocità registrate dagli occhi e dalla mente.

 

Titolo

Il paese delle prugne verdi è un titolo metaforico. Ricalca una leggenda popolare in Romania, secondo la quale chi mangia troppe prugne verdi verrebbe colpito da una fortissima febbre mortale. Il titolo è forte. I contadini mangiano le prugne, anche se le prugne condannano a morte. La gente sopporta il regime, anche se il regime è una macchina che annienta.

I mangiatori di prugne erano contadini… non mangiavano per fame, ne erano avidi per il sapore aspro della povertà davanti alla quale appena un anno prima abbassavano gli occhi e chinavano il capo come davanti alla mano del padre.

È difficile capire il “mistero delle prugne verdi” come è difficile capire la dittatura. Da una lato sembra sicurezza, dall’altro è oppressione; da una parte guida, dall’altra distrugge. E alla fine emergono le ingiustizie, le tinte si fanno più scure. In mezzo a un carcere che viene spacciato per normalità non resta che un profondo senso di disperazione.

Il titolo attrae sicuramente, è evocativo come il resto del testo, sensato perché si riallaccia alle “prugne verdi” che tornano con insistenza nel romanzo. Peccato che non sia il titolo voluto dalla scrittrice: Hertzier, la bestia del cuore. Posso dire che a me piace quasi più la versione italiana?

 

Commento

Il libro è un testo importante, non una lettura da ombrellone e crema solare. Ed è anche un testo che a caldo lascia storditi, un’opera che forse non si può capire fino in fondo e che getta addosso un impermeabile di tristezza e gelo. Non è facile scorgere il tessuto che lo compone, delineare con precisione le cuciture e i bottoni: la storia sfugge. Il racconto non è lineare, preciso e chiaro, ma ogni riga è sfuocata, difficile da cogliere. Si intravede il senso della storia, un’ombra di narrato. Solo che non si trovano i dettagli, la precisione, la cura per il particolare. È un flash continuo, una macchina fotografica che si concede qualche scatto disordinato. Quando si ricompongono i fogli lucidi, si ha un’idea della storia, ma a restare sulla pelle è il ghiaccio delle atmosfere, il senso di oppressione e disperazione che si respira in ogni riga.

Il Paese delle prugne verdi non mi è piaciuto. Mi ha lasciato addosso il mal di testa e il voltastomaco del classico post-sbornia. Forse l’effetto era voluto, forse sta proprio in questo la potenza del libro: nel non lasciarsi dimenticare, ma rimanere forte anche dopo aver assaporato l’ultimo sorso dell’ultima pagina.

Non posso dire che non mi sia piaciuto per la trama. La trama si intravvede appena! Non mi è piaciuto perché mi sembrava di leggere un codice cifrato, costruito da abilissimi scienziati. E io ero lì, piccina piccina, troppo ignorante per comprenderlo. Non mi è piaciuto perché ad ogni riga percepivo l’atmosfera, ma avevo la sensazione che quelle letterine di inchiostro dicessero di più, avessero altre parole segrete da suggerirmi. E forse io sono stata sorda, perché non sono riuscita a coglierle.

Apprezzo le metafore, in genere. Sono la prima a riconoscere la loro importanza e credo che in un romanzo vadano usate. Le metafore colpiscono l’inconscio, sono dirette, fanno resuscitare anche i sentimenti assopiti da tempo. Ma quando è il romanzo intero ad essere una metafora, quando ogni punto e virgola e due punti e punto esclamativo diventano la metafora di un sentimento, allora è inevitabile perdersi i passaggi. Per questo mi sento dire che il romanzo non mi è piaciuto. E lo volete sapere qual è il paradosso di questa recensione? Tutti questi motivi sono anche la ragione per cui mi è piaciuto.

Per tutta la lettura ho camminato sul sottilissimo filo dell’equilibrista e mi sono sentita tremare e oscillare. Non sapevo se sarei caduta a destra, nel vuoto del disastro, o a sinistra, nei cieli del capolavoro. Così adesso, a distanza di mesi, sono ancora lì, in bilico sul filo dell’equilibrista. E forse mi ci vorranno almeno altre due riletture, da qui a qualche anno, per capire da che lato buttarmi.

 

Curiosità

Ossia il motivo per cui mi sono decisa dopo decadi a leggere il libro. Quando si parla di storia, la risposta non è mai bianco o nero. Anche nei periodi più bui, c’è chi ha saputo trovare dei barlumi di luce. Non è il caso della Müller che ha condannato in toto la dittatura del Conducator. È il caso invece di una coppia di signori che ho conosciuto questa estate. Sulla settantina, a stento alfabetizzati, ma persone per bene.

Forse è stato proprio il fattore cultura a fuorviare il loro giudizio, ad avere impedito di leggere in senso critico gli eventi di quegli anni. Fatto sta che, dimentichi del lato scuro della medaglia, hanno associato al nome di Ceausescu solo ed esclusivamente la Transfagarasan. Altro che dittatura!

La Transfagarasan è ritenuta una delle strade più belle del mondo, lunga 152 chilometri, un susseguirsi infinito di tornanti scavati nella montagna, fino a superare i Carpazi. La chiamano “Follia di Ceausescu”, giusto per dare un’idea della vastità dell’impresa! Certo lo spettacolo, anche solo in fotografia, è mozzafiato, ma da qui a dimenticarsi della dittatura…

Strada-Transfagaran

Comunque, vi lasio una foto presa dal web. Dopo averla vista e aver sentito le storie di questa coppietta, capirete che dovevo assolutamente sentire una voce in contrasto! E nonostante le mie perplessità, Herta Müller è stata la scelta azzeccata.

 

Leggere sì o no?

Leggere sì, per il valore storico dell’opera, per l’uso estremo ed evocativo della parola. Leggere con un “ma”: è d’obbligo superare le prime settanta / ottanta pagine. L’impatto è una doccia fredda e serve del tempo per abituarsi alla temperatura glaciale. Dopo il trauma dell’inizio, anche la scrittura, tanto oscura, comincerà a diventare più chiara.

 

Dati tecnici

Autore: Herta Müller

Casa Editrice: Keller

Anno di stampa: 2008

Numero di pagine: 256, Brossura

 

3 chicchi

3 chicchi su 5

Coffee break time

Senza coffee e con una citazione

Sono sommersa di materiale da studiare e nella dispensa ho finito il caffè. Vi lascio quindi con una citazione del buon vecchio H. De Balzac. Scrivere di caffeina ha lo stesso effetto che berla, vero?

“Il caffè carezza la gola e mette tutto in movimento: le idee caricano come i battaglioni di un grande esercito: il combattimento inizia. I ricordi si dispiegano come stendardi. La cavalleria leggera si lancia in un superbo galoppo. L’artiglieria della logica avanza con i suoi ragionamenti e le sue concatenazioni implacabili, i moti di spirito fischiano come proiettili. I personaggi prendono forma e si distinguono l’uno dall’altro. La penna scorre sulla carta, il combattimento raggiunge una violenza estrema, poi muore con un fiotto di sangue nero, come in un campo di battaglia che svanisce sotto una nuvola di polvere”.

H. De Balzac, La Commedia umana