Pandora

Capitolo 6 – Amarillide

Annunci

Con il nome di Kerdalea noi Hemeis non chiamavamo solo la grande e rocciosa fortezza in cui ci addestravamo, ma l’intera regione che Raffle con le sue spore magiche proteggeva dalla Terra Vera.

Finché eravamo alle prime decadi di addestramento, giovani matricole appena sbucate dal seme, non godevamo di grande libertà e molti dei panorami di questo reame erano preclusi ai nostri passi. Senza supervisione non potevamo correre sull’Idalis o infilarci nelle foreste degli Allogi, né sfiorare la Valle delle Farfalle o le Paludi Infere. Madre Gea non voleva che la nostra inesperienza ci nuocesse, ma desiderava che studiassimo le meraviglie di questo mondo decade dopo decade, allenandoci nel corpo e nella mente.

I più grandi ci dicevano che era impossibile sfuggire al suo controllo, perché i suoi occhi erano grandi biglie di rugiada incastonate in mezzo al cielo. Ma in realtà Madre Gea aveva un mondo ancora più difficile da controllare, la Terra Vera, e per paura che qualcuno la rovinasse, si concentrava su di lei, lasciando che fossero i suoi guardiani a tenerci in riga.

Erano creature buffe e spesso capricciose. Gli Spiriti dei Rami Caduti mutavano i sentieri del reame, giacché una via percorsa non fosse mai uguale alla strada del ritorno; e le Vergini delle Rocce danzavano sui loro piedi scalzi per spostare la fortezza dove non la si potesse ritrovare; per non scordare le Ninfe delle Acque che a partire dal Secondo Cerchio ammaliavano le nostre orecchie e ci trascinavano sul fondale dei loro stagni, avide di morte.

Io nacqui dalla metà di un seme con la scorza dura e crebbi con un livello di testardaggine talmente elevato da illudermi di potere beffare Madre Gea. Venni concepita durante il rituale della Semina, dopo che gli uomini avevano rubato il fuoco agli dèi, ma prima che con le loro navi si spingessero lungo le coste della penisola italica. Leggevo molto e sapevo che un Ramo Caduto è gentile, se non lo si calpesta; che le rocce e i sassi vorrebbero avere una voce; che le ninfe sorriderebbero, se ricevessero in cambio un complimento e un dono.

Conoscevo a memoria i guardiani che Madre Gea aveva disposto a protezione del Primo Cerchio e, come io conoscevo loro, loro conoscevano me. Si rallegravano quando mi avvicinavo con un premio, al punto da diventare miei complici e da aiutarmi a sgattaiolare dalla fortezza, qualora le sue pareti mi stessero strette.

Nessun Hemeis del gruppo eguagliava il mio talento nell’essere amata, né la minuziosa conoscenza del contesto circostante. Fu per questo motivo che, quando quella voce si diffuse tra le studentesse di fine Primo Corso, mi ritenni subito all’altezza della situazione.

«Sono certa della veridicità della notizia» aveva detto Lobel, mentre noi Hemeis femmine restavamo nel gineceo, in attesa della prossima lezione. «Me lo hanno confessato Mirra e Gardenia. Appena sono state immesse nel Secondo Corso, hanno ricevuto grandi consigli che noi ignoriamo e li hanno condivisi con me.»

Lobel non aveva passato la prova di fine giro e per punizione Madre Gea e il suo miglior servitore, Raffle, l’avevano costretta a ripetere l’ultima decade.

Gli Hemeis più grandi raramente consideravano chi, come noi, non portava ancora la spilla del germoglio. Così, da quando Lobel era arrivata, tutti pendevano dalle sue labbra, incantati dalla perfezione del corpo armonico e dai capelli biondi che le cadevano lisci fino alla vita.

«Mirra e Gardenia non possono avere sondato la veridicità della voce» le ricordò Aster. Aveva condiviso il momento della nascita assieme a Lobel e Madre Gea le aveva costrette a passare insieme il resto della vita, come complici, compagne di squadra, amiche, alleate. «Gli Hemeis del Secondo Corso possono arrivare esclusivamente fino alle pietre azzurre, non oltre.»

Le altre Hemeis la guardavano in cagnesco, perché aveva il brutto vizio di sgridare Lobel e sminuire le grandi imprese che ci raccontava.

«A noi matricole va peggio!» sospirò Bergenia. «Giacché scorrazziamo oltre la linea grigia, veniamo folgorate, bruciacchiate e congelate dai tanfi aliti di Sten, Duson e Riale.»

Nei momenti di noia era il nostro passatempo preferito: prendere in giro le tre teste di drago scolpite nell’architrave di ingresso, tre statue di pietra che parlavano, bisticciavano e soprattutto ci punivano quando rompevamo le fila.

Utilizzo il “noi” solo perché sto raccontando delle Hemeis del mio corso, ma in realtà adoravo i tre draghi di vedetta e avevo imparato al primo tentativo come rabbonirli con le mie moine. Anche le pietre azzurre del Secondo Cerchio non erano un ostacolo invalicabile, se vi si arrivava alla giusta ora del giorno.

«Quanti cerchi bisogna superare per giungere alla cascata di Psiche?» chiesi a Lobel, sorprendendo Aster e le mie compagne.

Quella voce a proposito della cascata mi incuriosiva.

«È appena oltre il terzo» cinguettò Lobel. «Motivo per cui una Hemeis del Secondo Corso con un pizzico di coraggio potrebbe farcela. Io ci vado stasera, visto che è come se del Secondo Corso lo fossi.»

Si capiva perché Lobel non avesse passato la prova di “cultura generale”: la sera era il peggior momento per sfidare le ninfe, giacché passavano le notti a specchiarsi nei ritagli d’acqua imbiancati dalla luna.

Non lo dissi a Lobel, per colpa dell’invidia che provavo nei suoi confronti. Mi ero sempre ritenuta la Hemeis più ammaliante del gruppo, fatta a somiglianza dell’oro, ma se confrontata con Lobel, non ero che una lastra di ottone sbiadita dal tempo, piccola e con il viso dolce, priva del fisico statuario della mia rivale.

Solo con la mente potevo batterla, visto che Madre Gea l’aveva creata troppo presa dalla sua persona per mantenere un contatto con la realtà.

«Non è vera la voce» mi disse Aster quella sera. Mi divertiva con i suoi ricci fiammeggianti e i lineamenti duri del viso. «Lobel è una brava Hemeis, ma vuole per forza fare colpo sul prossimo.»

«Perché lo dici a me?» le chiesi. Eravamo in fila per riempire le nostre coppe di acqua piovana, attingendola dalle radici che sostenevano le pareti della sala da pranzo.

«Perché non vorrei che qualche tarlo di superbia ti facesse commettere un errore.» Aster mi capiva. Conosceva la mia sete di sapere, il desiderio di sfida che scalpitava nel petto. «Amarillide, la cascata di Psiche è un luogo pericoloso. Sotto il suo getto non esiste nessuna sacerdotessa rana che potrà far avverare i tuoi desideri.»

Io la tranquillizzai con i miei sorrisi da finta innocente.

«Aster, c’è davvero qualcuno che crede nell’esistenza di una rana sacerdotessa?»

Mi liberai di lei con quella domanda che supponeva come risposta un “no”. Purtroppo per me si trattava di un sì. Credevo nell’esistenza della Baktriana, la sacerdotessa rana che secondo le leggende di noi Hemeis saltava tra gli stagni di Kerdalea, per far avverare i nostri desideri.

«Non cred che si trov a Psic?» mi chiese Sten la mattina successiva.

“Non crederai che si trovi a Psiche?” voleva domandarmi, ma in quell’istante gli stavo facendo le coccole sotto il collo e il rumore delle sue fusa si fondeva a quello delle parole.

«L’unico drago di pietra che cede alle moine» sbottò Duson.

«Sol perché le moine non le fa per primo a te» lo rimbeccò Riale.

Le tre teste di drago sporgevano fino al busto dalla roccia della fortezza. Avevano le ali tarpate dalla pietra, le froge ben scolpite e vispi occhioni sempre in movimento.

Sten, a sinistra, emise due fusa:

«Ch vu sap?»

«Non voglio sapere niente, caro draghetto mio!» mentii e aumentai la forza del massaggio, portando le dita all’altezza delle orecchie di pietra. Chi lo avrebbe detto che dei mastodontici rettili di roccia fossero amanti delle coccole?

«Te lo dico io, Amarillide» si propose Riale. «Ti dico tutto quello che vuoi sapere, ma lascia quella vecchia sanguisuga e vieni da me. Mi prude il mento.»

«Rispetta il tuo turno, scarafaggio» lo rimbeccò Duson. «Tu sei a destra e io al centro, adesso tocca a me.»

«Solo se mi dirai da quale punto superare il Terzo Cerchio!» dissi.

Duson e Riale smisero di bisticciare, le fusa di Sten rimasero incastrate a metà gola. Quel giorno faticai a estorcere l’informazione e passai più di due ore a consumare i polpastrelli sulle loro squame di pietra. Ma alla fine carpii la nozione desiderata:

«Scendendo dopo il rifugio di Eco» spifferò Sten, la più squittente delle tre voci. Rubò la parola a Duson che in tutta risposta gli tirò una nube di fuoco. «Spegniti l’alito, ramarro. E tu, Amarillide, devi scendere dagli scalini che costeggiano la palude dei molluschi-cava-ossa e riparare sotto la quercia dalle fronde dorate.»

«Ma attenta a non cadere nella palude!» mi istruì Duson.

«Che i molluschi cavano le ossa!» continuò Riale. «Lo dice il nome!»

«Nella tana di quella quercia troverai un coniglio leggermente grande» concluse Sten. «Premialo e ti sarà d’aiuto.»

Passai il pomeriggio a recuperare il necessario, secondo le informazioni dei tre draghi, e la mattina successiva mi misi in cammino, allarmata perché la ninfa Eco aveva catturato Lobel e di lei non se ne sapeva più niente.

«E adesso chissà dov’é?» piangeva Bergenia.

«Nelle prigioni mobili» le disse Aster. «Come chiunque violi il regolamento di Madre Gea.»

Era un segnale di ammonizione per me, ma non me ne curai. Superai senza paura i tre draghi e, quando arrivai allo stagno di Eco, camminai in punta di piedi. La ninfa non si svegliava mai prima del culmine del sole, motivo per cui la mattina restava il momento perfetto per aggirarla.

Dopo che entrai nella terra del Terzo Cerchio, seguii le istruzioni dei draghi e costeggiai lo stagno dei molluschi-cava-ossa. Saltavano come piranha e si arrampicavano sugli scogli per catturare l’orlo della mia veste e mangiarmi le caviglie. Fui veloce a trovare l’albero e a battere le nocche sulla corteccia, ma nessun coniglio uscì dal tronco.

Poi, all’improvviso, le radici si alzarono dal suolo e presero la forma di lunghe orecchie, rovi plasmati in zanne, tronchi a descrivere i contorni di un vero coniglio. Altro che “leggermente grande”! Superava la somma del mio corpo con quello dei tre draghi, da quanto era gigantesco!

«Non vedo la spilla del bocciolo d’argento al tuo petto» disse con voce tronfia, quando mi notò. Arretrai intimorita e per poco non collassai nello stagno dei molluschi. «Intrusi nel mio terreno! Intrusi nel mio terreno!»

«Aspetti!» lo pregai. Trafficai con il sacco colmo di oggetti. «Non vorrebbe dell’ottimo miele di biancospino a patto del suo silenzio?»

Lo lasciai con i baffi ancora appiccicaticci per la grande scorpacciata, lo stomaco borbottante di gioia e le radici che sciolsero la forma di coniglio, un invito a procedere.

Quando arrivai alla cascata di Psiche, non potevo credere ai miei occhi. L’avevo vista sui libri di cultura generale, ma la vastità del getto e la limpidezza degli scrosci mi cavarono il respiro dal petto. L’Idalis scorreva alla sua massima potenza fino al dirupo e piombava a fondovalle con una violenza che faceva tremare il cuore.

Io ero proprio lì, in cima all’altura, sullo scoglio più vicino al baratro, bagnata dagli schizzi che il fiume rilasciava sbattendo contro le rupi. Tolsi i calzari di cuoio e allungai il piede per sfiorare l’acqua.

Lobel aveva spiegato la procedura con estrema chiarezza:

«Bagnare i piedi all’altezza della cascata; pregare la Baktriana che realizzi il desiderio; aspettare che arrivi un segnale.»

Nessuna delle due aveva considerato la potenza della corrente. Quando sfiorai la superficie con l’alluce, mi sentii quasi trascinare via. Provai a inumidirmi i piedi altre volte, finché alle spalle non percepii il rumore di un sasso caduto a terra.

«Farai meglio a scendere da lì o prima o poi cadrai.»

Mi girai di soprassalto, imbarazzata perché l’Hemeis davanti a me mi aveva colta nel pieno di una frivolezza, con la veste bianca tirata fino alle cosce e i capelli arricciati dal vento.

«Vedo che l’insensatezza della voce è giunta anche presso le Hemeis del Primo Corso» mi disse. «Speravo che quest’ondata di pazzia fosse rimasta arginata al Secondo.»

Furono i suoi occhi a colpirmi: eterocromatici, perfetti nella forma e nel taglio, ma con iridi di diversi colori. E se il destro possedeva lo stesso nocciola del mio sguardo, il sinistro pulsava di un azzurro limpidissimo.

«Scendi da lì, coraggio» mi disse.

«Lo farò senza il tuo aiuto, quando lo riterrò opportuno» replicai. Sebbene fosse rimasto lontano, aveva infatti allungato la mano nella mia direzione. «Non mi aggrada lo scherno della tua voce, giacché qualcuno prima o poi dovrà smontare le dicerie della fortezza e nessuno ha ancora provato a destare la Baktriana.»

Sul viso abbronzato scorsi la piega di un sorriso. Non so da quanto mi stesse spiando, ma pareva divertito dal mio carattere pungente e dal tono difficile che sfoggiavo.

«Così sei qui in cerca dell’amore?» mi domandò.

Seduto per metà sulla rupe e con ancora addosso il mantello grigio, disegnava occhi di lupi e rapaci su alcune pietre di calcedonio blu. Avrei voluto domandargli che senso avesse colorare dei minerali, ma la sua domanda aveva offeso il mio orgoglio.

«Proprio non capisco come Madre Gea abbia potuto crearci con un simile difetto» gli dissi dallo scoglio più vicino allo strapiombo. «Il vagheggiamento ossessivo per un Hemeis esterno da noi, intendo.»

L’Hemeis smise di intagliare il terzo calcedonio con il coltello, bloccato dalla mia rivelazione. E d’un tratto capii perché prima mi schernisse tanto.

«Ti illudevi che il mio fosse un desiderio d’amore?» risi. «Non siamo stati creati per amare.»

Gli umani ne erano capaci per natura, gli dèi per imitazione e capriccio, ma noi Hemeis rappresentavamo un mondo diverso da ciò che era umano e divino.

«Per quale motivo allora avresti dovuto sfidare teste di drago, ninfe e demoni del miele?» mi chiese l’Hemeis, seriamente colpito. Dimenticò i calcedoni, i coltelli e le chine, e puntò le iridi eterocromatiche sulla mia figura, stagliata sullo sfondo di un abisso d’acqua e roccia. Non mantenni lo sguardo, giacché mi imbarazzava ammettere il vero motivo, ma da sola mi ero messa in trappola e pertanto dovevo rispondere.

«Tra due Pleniluni del Firmamento si terrà l’esame di fine corso» confessai. «Essendo nata da un seme condiviso, lo sosterrò con il mio Agapaso.»

«È un grande privilegio» mi disse. Lo sapeva per esperienza diretta, visto che al petto portava la spilla del germoglio di bronzo, il riconoscimento degli studenti del Secondo Corso.

«Sei un Agapaso anche tu» conclusi. Non un Molosso, un Hemeis costretto a combattere da solo le battaglie di Madre Gea. «A volte credo sia davvero più facile dover contare solo su di sé.»

Gli fui grata quando non mi giudicò, perché i Molossi erano un ceto inferiore rispetto a noi Agapasi e io li stavo elogiando. Desiderai però spiegarmi meglio, non perché la sua opinione costituisse un peso per la mia immagine, ma perché sembrava disposto ad ascoltare la mia voce.

«Una Hemeis del mio corso ha fallito al Plenilunio della scorsa decade» gli dissi, senza fare il nome di Lobel. «Una domanda sulle anime delle Turie. Per una risposta sbagliata ha fatto retrocedere anche Aster e io provo il terrore di fare lo stesso con Dia. Non credi che il tuo Agapaso nutrirebbe rancore, se lo portassi al fallimento?»

La domanda, troppo diretta, lo fece esitare e il volto si adombrò in cerca di una risposta soddisfacente. Illuminato da un solo raggio di sole, lo definii come un viso nobile, con la fronte alta e gli zigomi scolpiti, le labbra sottili e caldi capelli castani che gli coprivano le orecchie.

«Nessuno nutrirebbe rancore» mi disse. «Io e lui siamo nati dallo stesso seme, non c’è una sua colpa o un mio successo. Le sue colpe sono le mie, i miei successi sono i suoi. Lo perdonerei, anche se non volesse essere perdonato.»

Le parole, ancora più che il tono basso, mi scaldarono il cuore. Tutt’ora non so se quell’Hemeis fosse un dono inviatomi dalla Baktriana per aver inumidito i piedi nell’Idalis, né se le voci riportate da Lobel corrispondessero al vero. Incontrarlo sciolse però le angosce che mi stracciavano il petto, sebbene un nuovo malessere mi colpì nel centro della cassa toracica, un leggero pizzicotto sottopelle, all’altezza dei seni. Sentii una liana legare le nostre anime e seppi che quell’incontro non sarebbe stato confinato nella mente come un episodio qualunque; l’avrei custodito nelle celle del cervello con dedizione e cura, perché l’oblio non ne cancellasse il ricordo.

«A breve dovrò sostenere la prova del Secondo Corso» mi disse, senza che glielo chiedessi. La spilla del germoglio avrebbe decorato ancora per poco il suo petto, sostituita dal bocciolo d’argento di chi possiede una Turia.

«Avrai una Turia tutta tua, non ti sembra incredibile?» Scalpitai, incapace di stare ferma, e i piedi scalzi scivolarono sulle pozze che inumidivano la roccia. «Uno spirito che ti capisce e ti aiuta e ti permette di vagare per l’intera Kerdalea e di portare con te i tuoi strumenti quando vorrai e-»

«Sì, sembra forte.»

Lo disse per interrompere il lungo elenco di vantaggi che stavo tessendo. Quando lo conobbi meglio, capii che era tipico del suo carattere recidere un discorso scomodo. Non voleva pensare al futuro, giacché lo contraddistinguevano il terrore di fallire e l’ambizione di brillare.

«Non sembri molto interessato all’esame di fine corso» dissi contrariata. «Sembra che ti piacciano di più quegli occhi sul calcedonio.»

Aveva infatti ripreso a colorare l’occhio di un falco sacro su un minerale azzurro, deciso che la nostra conversazione fosse archiviata. Insultavo Lobel, ma ero peggiore di lei: non mi piaceva passare in secondo piano.

«Sai una cosa?» gli dissi allora. «D’ora in poi i tuoi occhi guarderanno solo me.»

Lo stabilii senza doppi sensi o reali desideri, una battuta che fuoriuscì dalle labbra prima che io stessa ne cogliessi le implicazioni. E forse anche quell’Hemeis lo fece per un gioco, senza pensare troppo al futuro: mi sollevò in alto con entrambe le braccia e costrinse i miei piedi a sfiorare il vuoto, per poi immergerli nelle fredde acque dell’Idalis, là, nel punto dove il fiume colava a strapiombo nel fondovalle, l’esatto luogo dove secondo Lobel i desideri diventavano realtà.

Quando mi ritrovai sull’argine, al sicuro, mi accorsi che il cuore batteva in modo inconsueto e sperai che l’Hemeis non notasse il mio organo difettoso.

«Sei più piccola di un germoglio di bronzo» mi disse, staccando le mani dai fianchi. «E ignori che un desiderio non andrebbe vagheggiato con troppa insistenza, soprattutto nel luogo di una leggenda.»

Raccolse i calcedoni e li fece sparire nella tasca del mantello. Prima di partire mi mise in guardia:

«Potrebbero diventare realtà.»

Rimasi immobile, incapace di controbattere, a guardarlo marciare verso la linea dell’orizzonte, in direzione della quercia del coniglio e della palude dei molluschi-cava-ossa. E quando divenne un moscerino in mezzo all’infinito, ritrovai la forza nei polmoni.

«Come ti chiami?» strillai al vento. La mia voce echeggiò per tutte le terre del Terzo Cerchio, ma l’Hemeis non rispose. «Io sono Amarillide» gridai allora.

Lo congedai con questa rivelazione, convinta che, se avesse sentito il mio nome, un giorno sarebbe riuscito a ritrovarmi.

*

Percorsi la via di ritorno con uno strano senso di intontimento attorno alla testa, il cuore che si ostinava a battere a ritmo irregolare. Non temetti le minacce del coniglio e di Eco, giacché la dolcezza di quell’incontro aveva schiarito anche le paure più cupe. Ma quando arrivai alla fortezza di Kerdalea, capii che il mio coraggio era un’illusione: trovai Sten, Duson e Riale addormentati e un pungolo di timore mi mise sull’attenti. I draghi di pietra non avevano bisogno di chiudere gli occhi per riposare, tantomeno quando il giorno era nel mezzo del suo pieno.

«Sten! Duson!» provai a chiamare. «Riale! Non volete sapere quale esito abbia avuto la missione?»

La curiosità in genere li convinceva a darmi corda, anche se gli ordini di Madre Gea lo vietavano; ma quella mattina, sul fare del mezzogiorno, i tre draghi mi condannarono al silenzio. Non compresi che proprio Madre Gea aveva assopito le loro voci per punirli. Spinsi così il portone d’accesso e al posto della roccia incontrai il fango delle sabbie mobili.

La morsa mi strinse le caviglie e mi trascinò verso il basso. Tirava con una forza smisurata, determinata a risucchiarmi e a mangiarmi assieme alle mie colpe.

«Sten!» gridai. «Duson! Riale!»

Invocai il loro aiuto, mentre il panico mi piegava la voce in un singhiozzo. Volevo mantenere i nervi saldi, ma le sabbie mobili sapevano uccidere, soffocare ogni respiro, e io era caduta nel loro terreno senza un ramo a cui ancorarmi.

«Sten! Duson! Riale! Vi prego!»

Il fango raggiunse la gola. Premette sul collo e schiacciò le corde vocali, annodò ogni filo d’aria che chiedeva di diffondersi nel corpo. L’ultima visione, prima che il nero mi riempisse gli occhi, fu il viso divertito di Lobel vicino a una ninfa bellissima: Eco.

Affogai e compresi che ero stata tradita. Lobel, pur di diminuire la sua pena, aveva venduto informazioni ai guardiani di Madre Gea e al tempo stesso si era liberata di una rivale.

Non so quanto dormii, stremata e sconfitta dalla lotta con il fango, ma quando mi svegliai avevo gli arti che pulsavano, le ossa intrise d’acqua stagnante e la gola che bruciava, punta dalla zanzara della malattia.

Sdraiata in una pozzanghera di fango, premetti sui gomiti per tirarmi seduta, ma il luogo puzzava di putrefazione, un odore che mi prese lo stomaco e annientò ogni forza. Dopo mille tentativi, riuscii a gattonare fino al bordo della stanza e lì, con la schiena premuta alla parete e gli occhi bagnati dal caldo, riconobbi il luogo in cui le sabbie mi avevano trascinata: le carceri mobili, le celle in cui i guardiani di Madre Gea imprigionavano i colpevoli perché espiassero le loro colpe.

Nelle carceri mobili era impossibile calcolare il tempo. Non esistevano raggi di sole e ombre per riconoscere la parte del giorno, né gocce d’acqua da contare in minuti e ore. Solo gli insetti mi tenevano compagnia: stormi di tafani mi ronzavano attorno, scarafaggi si attaccavano alle gambe, zanzare puntavano i pungiglioni nella pelle, per sottrarmi ogni grumo di linfa vitale.

Molte volte persi conoscenza, molte mi addormentai, ma Madre Gea aveva fatto costruire quelle celle agli Oneiroi, gli incubi della notte, e i sogni diventavano spesso peggiori della realtà: i guardiani mi torturavano, sezionando i miei organi; Dia mi abbandonava per averlo deluso; la Baktriana mi stringeva le caviglie per trascinarmi giù dal dirupo.

Mi svegliai con il fiato sbattuto in bocca, lieta di essere fuggita dal circuito degli incubi. Ma quando vidi le sbarre oscillare dietro la patina sfuocata degli occhi, sprofondai nel panico.

«Ben alzata, Colei che splende» disse la voce.

La riconobbi subito e subito provai a ruotare la testa per cercarlo, ma il movimento richiedeva troppa energia e i sensi minacciarono di abbandonarmi per la milionesima volta.

«Sono qui, Amarillide» ripeté la voce. Doveva essere un miraggio, nessuno poteva intrufolarsi nelle carceri mobili. «Guarda alla tua destra, un piccolo sforzo.»

Le palpebre si fecero pesanti, gli aculei dei calabroni mi spinsero a preferire il dormiveglia alla realtà, ma proprio quando i cinque sensi mi stavano per lasciare, un tocco sfiorò il braccio.

«Allunga la mano, Amarillide, prendilo.» Solo allora mi accorsi che mi stava porgendo un rametto di fiori. «Coraggio, portalo al naso e respira. È lavanda intrisa di timo e betulla nera. Abbasserà la febbre e ti farà sentire meglio.»

Sarebbe stato più facile staccarmi dalla parete e sprofondare nel fango per raggiunge la mano appoggiata a terra, ma la voglia di mantenere un retaggio di dignità mi diede la forza di muovere i muscoli e portare il rametto al naso.

«Io sono Lycopus» disse l’Hemeis. «Piede di lupo.»

L’essenza antidolorifica entrò nelle narici e si mischiò al corpo, alleviò di un soffio il bruciore alla gola e il macigno sulle tempie. Gli occhi dipanarono uno strato di patina opaca e il viso di Lyc si fece più chiaro. Non era un miraggio, ma una reale presenza che aveva sfidato i guardiani pur di trovarmi.

«Non guardarmi» lo pregai.

Non volevo mi vedesse così, sporca e malata. Il mio nome poteva significare “Colei che splende”, ma in quell’istante non ero che la carcassa di un fiore putrefatto.

«Come potrei non guardarti?» mi chiese Lyc. Perfino in mezzo al fango, sapeva essere gentile. «Tu hai espresso un desiderio sulle acque di Psiche: che i miei occhi guardassero sole te. E io sono venuto qui per guardarti.»

Dovevano essere parole cordiali e invece mi riempirono i polmoni di rancore: per me stessa, per la mia debolezza, per essere stata così stolta da farmi sorprendere da Eco.

«Diventerai più brava» disse Lyc. L’orgoglio mi pregò di mandarlo via, l’egoismo di trattenerlo. Con ancora il rametto di lavanda davanti al naso, lo vidi sedersi più comodo, le spalle appoggiate alla grata. «Anch’io quando ero nel tuo Corso sono stato catturato dai guardiani. Fu il coniglio della quercia a scovarmi» raccontò. «Disse che avevo sbagliato il tipo di miele e mi consegnò direttamente a Raffle.»

Forse non era nemmeno vero, forse lo diceva per alleggerire il disprezzo che nutrivo per la mia persona.

«Sono rimasto in punizione un paio di settimane» continuò. «E credetti di impazzire, ma poi capii che dovevo studiare di più, per poter visitare l’intera Kerdalea. Si apprende con maggiore rapidità esplorando, che stando rintanati nei papiri della fortezza.»

Se le guardie lo avessero trovato, lo avrebbero chiuso in una cella mobile e per colpa mia avrebbe dovuto sperimentare di nuovo la tortura degli Inferi.

“Non voglio che ti prendano, vattene”. Dilatai le labbra per parlare, ma il suono che liberai scottava e parve un semplice lamento. Per metà coperto dal ronzio dei tafani, Lyc lo ignorò e riprese a parlare:

«Eco, per esempio. Tutti la credono la più terribile delle ninfe e invece è la più facile da raggirare.» Talmente facile che per un suo cinguettio mi trovavo in carcere. «Eco si chiama così perché ha mille voci, ma non ha occhi per queste sue figlie e le piacerebbe invece che potessero vedere le terre di Kerdalea, proprio come vediamo noi Hemeis.»

Probabilmente il discorso aveva una sua logica, ma il dolore alla testa e il sudore sul viso lo fecero sembrare davvero assurdo.

«Sai, Amarillide? Ci sono sassi che vorrebbero avere una voce per parlare, come il calcedonio blu. Io prego Eco di soffiare una voce nelle pietre e poi disegno degli occhi, perché anche i calcedoni imparino a vedere. Quando li porto con me, oltre i Cerchi di sorveglianza, i sassi rilasciano le voci intrappolate e le voci intrappolate vedono attraverso gli occhi che ho disegnato.»

Mi raccontò questa storia per intrattenermi e in effetti ebbi la sensazione che in compagnia di Lyc il tempo non si fosse fermato.

«Perché me lo dici?» mormorai.

Anche se fissavo la sua nuca e i suoi occhi non mi guardavano, lo immaginai sorridere alla mia ingenuità.

«Le voci di Eco sono molte utili per illudere i guardiani» mi spiegò. «Devi solo lanciare un sasso e pregarlo di parlare. Conigli e draghi si perderanno a inseguire quel suono e daranno a te la possibilità di scappare alle loro spalle.»

«Hai fatto così?» gli domandai.

Nonostante misi troppa sintesi nella domanda, Lyc capì cosa volessi dire: hai fatto così per venire da me? Lui annuì e alla fine tornò a guardarmi, un grazie alla penombra della cella che oscurò lo squallore del mio corpo.

«Dammi la mano» mi disse, una frase senza senso perché fu lui ad allungare il braccio tra le sbarre e a sfiorarmi il palmo. Quando aprì il pugno, vidi che mi aveva passato un calcedonio con un occhio di falco sacro. Era la stessa gemma che stava incidendo quel giorno, alla cascata di Psiche. «La prossima volta, mostra questa pietra a Eco. Sarà incredibilmente gentile, se otterrà in cambio un dono.»

Socchiusi le dita per fargli capire che apprezzavo il gesto, anche se non avrei regalato quel calcedonio alla ninfa, perché nutrivo il folle desiderio di tenerlo per me.

«Quando avrai l’esame?» riuscii a chiedere.

Lyc mi rispose senza esitazione:

«Il prossimo Plenilunio, tra due settimane.»

Sperai con tutta l’anima che Madre Gea mi liberasse prima di quella data, così da soddisfare il mio sciocco cuore che voleva ricambiare il favore.

La sorte mi sorrise e presto le sbarre della prigione si sciolsero nella sabbia di una clessidra, mi diedero la possibilità di gattonare nei cunicoli delle carceri e di trovare l’uscita dal labirinto.

Mi ci volle una settimana intera per guarire, giacché l’umidità aveva corroso lo stato dei polmoni e la tempra del carattere. Al tempo stesso, passare sette giorni nella caserma dei feriti mi diede modo di pensare a Lyc e alla ricompensa di cui volevo omaggiarlo. Di nuovo in piedi, dovetti spremermi le meningi per portare a termine il piano, perché sapevo che cosa regalargli, ma a un’idea tanto semplice non corrispondeva una facile realizzazione.

Recuperai l’acciaio di Kerdalea da una vecchia armatura che gli spiriti delle pulizie avrebbero condannato alla palude dei molluschi; studiai sui manuali di botanica la pianta che si adattasse all’esigenza; ricavai gocce della sua resina, sgattaiolando nelle piantagioni all’altezza del Secondo Cerchio.

Quando ebbi il materiale, scongiurai i tre draghi di aiutarmi. Sten piagnucolava, dispiaciuto per le torture che ancora si vedevano nel pallore delle gote; Riale mi rimproverava per la mia caponaggine, giacché anche a loro Raffle aveva fatto una ramanzina; e Duson, che tanto mostrava la voce grossa, puntò il suo alito di fuoco sull’armatura di acciaio.

La folgore di Sten le diede la forma di una spada, il ghiaccio di Riale la raffreddò quando raggiunse l’aspetto perfetto.

«Acciaio di Kerdalea, resina di Sangue di Drago e pomolo con testa di lupo, come da tua richiesta» commentò Duson a fine lavoro. Contemplai estasiata il risultato: era esattamente come la desideravo, nobile e potente, leggera e affilata. «Ti abbiamo creato una spada di alto livello, Amarillide.»

L’acciaio di Kerdalea batteva in resistenza il titanio, in maneggevolezza una piuma d’aquila.

«Già, la resina di Drago potenzia la ricezione dei colpi e migliora la difesa» commentò Riale. «E grazie ai nostri aliti difficilmente un attacco nemico la potrà spezzare.»

Capii che avevano preso un abbaglio: credevano che la spada, Sangue di Drago, fosse per me; la decisione di aiutarmi derivava dalla colpa che provavano per non avermi salvata dalle carceri mobili.

Li lasciai nella loro convinzione e, dopo averli premiati con un’ora di coccole, mi richiusi nel stanza che dividevo con Bergenia e Lea. Per i giorni che mi separavano dell’esame, recitai la parte dell’Hemeis diligente, perché temevo che uno sgarro mi riportasse nelle carceri. E come avrei potuto dare la spada a Lyc, se intrappolata nel fango, dietro quelle sbarre di sabbia?

Il giorno dell’esame arrivò quando il Firmamento scese dal cielo e sancì l’inizio della prova per quella stessa mattinata. Decisi di avvolgere la spada in un telo di lino e di lasciarla davanti alla capanna in cui i candidati dovevano prepararsi.

Dargli Sangue di Drago di persona sarebbe stata la scelta più logica, ma l’incontro nelle carceri mobili generava uno strano rossore sulle guance, ogniqualvolta pensassi a Lyc. Così seguii il piano, sistemai la spada davanti alla capanna e mi appostai dietro gli olmi della foresta, in attesa che Lyc uscisse e la trovasse.

Non avevo considerato un’intromissione esterna.

«Che squallore di spada» disse l’Hemeis. «Ridicola resina di drago e acciaio di Kerdalea. Buona solo per le leggende, altro che per combattere.»

Ma come si permetteva quel villano? Conficcai le dita nella corteccia e rimasi con i denti digrignati a guardarlo di sottecchi. Poco più basso di Lyc, con una massa di capelli scarmigliati e la bocca troppo larga, destreggiava la spada per tirare colpi all’aria. Ad ogni fendente o montante la prendeva in giro per la magia custodita nella lama.

«La buona educazione vorrebbe che un Hemeis non toccasse un dono destinato ad altri» sputai ad alta voce. Non volevo rivelare la posizione, ma il danno ormai era fatto.

L’Hemeis smise di giocare con Sangue di Drago e impiegò un misero secondo a puntare gli occhi azzurrissimi nei miei.

«Perché te ne stai lì?» mi chiese. Il tono canzonatorio della sua voce mi tirò i nervi in una corda di fastidio. «Dai, vieni qui, bocciolo di rosa. Sembri proprio graziosa e magari potremmo ricercare una nostra affinità.»

Il broncio sul mio viso trasudava mille sensazioni, ma la voglia di conoscere quel villano era del tutto assente. Se mi allontanai dall’olmo e raggiunsi lo straniero, fu solo per riprendermi Sangue di Drago e restituirlo al legittimo proprietario.

«Sei proprio una bella rosellina» ridacchiò l’Hemeis, quando mi vide meglio.

Sì, una rosellina che lo avrebbe spennato come un gallo, se avesse azzardato un’altra parola. Come si permetteva di schernirmi e sottovalutare la mia intelligenza, solo perché di un Corso inferiore al suo?

«Perché non mi dici qualcosa di carino?» propose.

«Ci conosciamo?» gli chiesi con disprezzo. Intrecciai le braccia al busto e alzai lo sguardo per incenerirlo. «Parli in modo inconsueto e mi viene difficile comprendere le tue parole.»

In traduzione voleva dire: parli come un satiro ubriaco e molesto e non ho la benché misera intenzione di cedere alle tue lusinghe. L’Hemeis ovviamente non comprese il sottotesto. Convinto di avermi ammaliata, fece roteare la spada e la rimise nel balteo.

«Io sono Blu» mi disse. «E tu come ti chiami?»

«Blu?» ripetei. La parola mi lasciò di stucco, giacché Madre Gea aveva dato a ciascuno di noi il nome di una pianta o di un fiore. «Non esistono fiori portatori del tuo nome» notai e subito percepii una scarica di disagio attraversargli il corpo, a indicare che lo avevo punto sul vivo. «Quindi da che seme ti avrebbe generato Madre Gea?»

Blu rimase ritto come un soldato davanti alla lancia della Morte, ogni rimasuglio di superbia consumato nel nulla. Non faceva più il grande conquistatore, ora che avevo scovato il suo tallone d’Achille.

«Ci sono gli iris» dissi. Che si chiamasse Iris? «E le ortensie.» Che nome buffo per un Hemeis maschio!

Più elencavo nomi di piante, più Blu raggelava; e più raggelava, più sentivo un’immane gioia scaldarmi il petto. Non ero mai stata una creatura maligna, ma rimettere al suo posto quel ladruncolo mi procurò un divertimento mai provato, al punto che mi ricordai di Lyc solo quando lo vidi uscire dalla capanna.

«Amarillide» mi salutò.

Il volto di Blu si scurì di disappunto, giacché Lyc sapeva il mio nome, mentre lui non l’aveva ottenuto per una mia concessione.

«Immagino che quella fosse per me» disse Lyc, indicando la spada che Blu, colpito dal mio interrogatorio, aveva lasciato scivolare sull’erba. Io annuii ed entrambi ci inginocchiammo per recuperarla.

«Sangue di Drago» commentò Lyc, dopo aver studiato la resina di cui era intrisa la lama. Non mi disse un “grazie” o un “non dovevi”, ma l’abbozzo di un sorriso soddisfatto mi bastò. «Sono sicuro che oggi, quando combatterò nell’arena, mi saprà proteggere.»

Poi si voltò verso Blu, l’Hemeis che in quell’istante stava provando a trasformarsi in un fantasma con la sola forza del pensiero, e gli tirò una pacca sulla spalla, in segno di amicizia. Doveva essere difficile avere Blu come Agapaso. Che la sua fosse una testa calda lo respirai al primo incontro, e nelle ere successive mi convinsi sempre più che solo Lyc sapesse risvegliarne il lato migliore.

«Andiamo, orecchie di topo» gli disse.

«Lyc, non chiamarmi così!» protestò Blu e si guadagnò uno scappellotto sulla nuca.

«Basta scherzi, abbiamo un esame da superare.»

Si voltarono entrambi senza salutarmi. Io e Lyc ci conoscevamo da poco, ma i nostri occhi, merito di una Baktriana forse inesistente, si erano legati con la fune della complicità. Per quanto riguardava Blu invece… anche se Lyc non era stato chiaro, avevo capito perfettamente il suo vero nome e, pur di deriderlo, non lo avrei di certo scordato.

«Che la mente di Atena ti assista, orecchie di topo!» strillai.

L’ultimo suono che percepii fu una risata di Lyc, malamente trattenuta, mentre i loro piedi li portavano all’arena da combattimento.

Pandora

Capitolo 5 – Iris

«Dalia, vieni subito in cucina!»

Potesse la pianta del lupo divoratore mangiarsela in un boccone! La creatura mi ha mentito, quando un dramma volteggiava sopra l’intero quartiere.

«Dalia Bianca, quando ti impartisco un ordine, devi ubbidire!»

Due gocce di saliva schizzano sul tavolo della cucina, tra le confezioni di biscotti svuotate e i barattoli di cioccolato che gli umani hanno aperto per una pausa. La creatura finlandese mi sorride adorante:

«Iris, perché non provi a dirle di muovere il culo?»

Se necessario al raggiungimento dell’obiettivo…

«Dalia, muovi il culo!»

Il dramma è avvenuto sotto la punta del mio naso, senza che respirassi aria di terribili eventi. Per quanto sospettassi che la minaccia fosse vicina, mai avrei pensato avesse come sede la via dove risiedo.

E la creatura… la mia creatura si è resa mefistofelica complice del male, l’ha camuffato con i suoi silenzi, abbellito di “non è successo niente”, ha velato quei particolari che avrebbero potuto rafforzarmi.

«Dalia!»

La sento tamburellare i talloni al piano di sopra, fare piccoli saltelli che la porteranno all’ingresso. Se assottiglio l’udito, capto il sottofondo di una musica ovattata, un suono noto, perché quando la creatura reputa irrilevante ascoltarmi, si mette in testa un grande paio di cuffie e va a rifugiarsi nel gazebo degli attrezzi.

Non oggi.

Oggi ho tirato il chiavistello del portoncino, sprangato le finestre, addestrato i gatti di quartiere a intercettarla, qualora tentasse la fuga.

«Iris, perché ci sono delle sbarre di ferro sulle imposte? Che siamo ad Alcatraz?» Entra in cucina con passo ignaro e agguanta una mela da mettere sotto i denti. «Allora, come è andato l’esame di diritto? Ah, Heikki, non mi hai detto che dovevi correre a casa a salvare il giardino da un’infestazione di lumache nordiche?»

La creatura finlandese si rizza con il panico di un viaggiatore sprofondato in un alveare: nutre timore di irritare la cosiddetta sorella, mentre se fosse avveduto dovrebbe avere paura di me.

Sistemo il coltello da cucina alla cintura dei pantaloni, sotto la casacca di lino che raggiunge le ginocchia.

«Non ti devi interessare del mio esame, Dalia.» Ovviamente non mi sono presentata all’appello. «Perché non inizi a raccontarmi quale meschinità mi stai nascondendo?»

Sono passati quindici giorni dal risveglio in questo To nun, un arco di tempo sufficiente per comprendere i gesti della creatura, e so per certo che sta mentendo. Lo testimonia l’enciclopedia che ho composto su Dalia Bianca, laddove la voce arricciamento del naso riporta la definizione atroce menzogna.

«Smettila di imitare un coniglio ruminante» le ordino. «E sputa il rospo.»

Passiamo alla voce occhioni da cucciolo: azione utilizzata per impietosire la vittima e scampare da un attacco letale. Sbatto il pugno sul tavolo per rompere il maleficio.

«Niente» piagnucola la creatura. Ignora che a Kerdalea mi classificavo prima nei corsi di Interrogatori e torture varie. «Niente, lo giuro!» Madre Gea le ha fatto un favore ad avermi spedita in questo To nun priva dei miei strumenti di indagine. «Heikki te lo può confermare: niente! E poi dobbiamo finire i compiti di greco.»

E io dovrei legarti all’albero del veleno e lasciare che l’infuso di tassina ti stritoli in un lento e doloroso decesso.

«Il qui presente Heikki, ad onorare il vero, mi ha ragguagliata sulla presenza di una farfalla azzurra» rivelo. «Un – com’era? – lepidottero puffoso che ti insegue da una oramai decade di giorni.»

«Tu, lurido Giuda traditore. Iago!»

È la volta di uno scontro tra creatura italiana e creatura finlandese. Se fosse un duello nella palestra di Kerdalea e si accettassero scommesse, punterei sulla piccoletta, potenziata dalle scariche di pugni che usa per neutralizzare l’avversario.

«Andiamo, DB!» la prega lui, deciso a proteggersi dietro lo scudo delle parole. «Da quella notte sei strana. Non esci più, non dipingi e a ricreazione stai sempre da sola a parlare in bagno.»

«Io parlo sempre da sola, decerebrato. È il mio marchio di fabbrica.»

«Sì, ma parli come se stessi aspettando una risposta da qualcuno.»

«Sempre meglio parlare con il niente che con un traditore come te!»

Le strilla martellano sulla testa e non smettono di pulsare nemmeno quando raggiungo la lavagna con i turni delle pulizie. Senza perdere tempo, cancello la tabella delle settimane e mi cimento nell’arte del disegno, qualche schizzo in fretta e furia prima di adagiare il gessetto azzurro sulla stecca d’alluminio, in prossimità del cancellino.

«Le assomiglia?» domando alle creature, mostrando il ritratto della farfalla.

Gli umani sciolgono la zuffa, interrompono il lancio dei cereali e smettono di imbrattarsi i visi con cucchiaiate di cioccolato sciolto.

«Wow» commenta il finlandese.

«Da quando sai disegnare meglio di me?» strilla l’italiana con i pugni lungo i fianchi.

Prego i timpani di non ascoltarla e massaggio la testa, rassegnata, giacché in questo To nun non troverò mai una goccia di amaranto per alleviare il dolore causato dalle sue strilla.

«È lei » boccheggia la creatura uomo. «È identica a quella che abbiamo visto. Che meraviglia! Con pochi gessetti l’hai fatta meglio tu della foto su Wikipedia

Come temevo: Menelao, il re delle farfalle Morphos, è in città, libra aggraziato nei cieli imbruniti dallo smog, in perenne stato di guardia.

«C’era qualcos’altro?» chiedo alla finta sorella, la tacita preghiera di non aggiungere ombre alla verità. «Una persona? Una minaccia? Ti sei sentita…» Pazza, vecchia, malata, dipendente. Non so che parola scegliere. «Strana?»

«No» rimarca la creatura femmina. Disegna grandi righe con la testa mentre la scuote da destra e sinistra, sinistra e destra. «Ho visto solo una farfalla e non capisco perché te la stia prendendo tanto. Era bella, mi piaceva e pensavo fosse una buona idea inserirla nel mio nuovo murale.»

Mi ripropone il verso del coniglio ruminante, conferma dell’ennesima bugia. Arrivati a questo punto, ci vorrebbe un infuso di agrimonia eupatoria per spianare le torri di menzogne che sta innalzando.

«E dimmi» indago. «Nel murale volevi per caso inserire anche il cadavere di Oscar?»

L’interrogativo getta nella stanza una cascata di gelo e il finlandese per poco non cade dalla sedia:

«Cadavere? Cadavere di chi?»

La femmina perde sicurezza per un istante, ma poi, da mentitrice seriale, si stampa in faccia una maschera di noncuranza.

«Non pensavo fosse importante» dice.

Sono concorde sul non pensavo, meno sul parametro di importanza. Sono riuscita a rintracciare il cadavere di Oscar per merito di Waffle, il gatto della pizzeria No Stop. Quando ha captato il tanfo di putrefazione, mi ha subito portata alla tomba della vittima, per mostrarmi un felino punto dall’artiglio della vecchiaia.

Dalia potrà non possedere la mente umana maggiormente sviluppata, ma perfino lei deve avere fiutato del losco in quello straziante decesso.

«Dove hai visto la farfalla l’ultima volta?» chiedo al finlandese, l’anello debole della coppia.

«Alla Cosmos-»

«Da Grimm!» La mia creatura interrompe la creatura straniera alla seconda parola, pizzica il braccio del collega umano a dirgli di tacere. «Poi si è spostata, molto in fretta e per un po’ l’abbiamo seguita, ma all’inizio era da Grimm, in veranda.»

Non arriccia il naso, indizio che documenta una dose di sincerità fusa alle parole, sebbene quel pizzicotto lasci presagire un’omissione.

«D’accordo» le concedo. Il tempo sta per scadere e Menelao potrebbe avere già cambiato locazione.

Bevo un sorso d’acqua piovana per tranquillizzare il battito del cuore. Bisogna sempre agire con cautela in un nuovo To nun, ma se troverò Menelao, potrei avere mosso un passo importante per raggiungere il traguardo.

«Ora, mia cara Dalia, tu prendi lo Scarafaggio e mi accompagni da Grimm.»

Il finlandese vorrebbe aggiungersi alla compagnia e infatti alza la mano per chiedere il permesso. Lo silenzio con uno sguardo truce, mentre Dalia picchietta il dito sulla tempia e mima con le labbra che sono impazzita. Forse lo sono, perché senza armi mi sento una talpa in pieno giorno. Cieca e incerta di ogni mossa, aggancio alla borchia della cintura un barattolo di pepe e il trinciapollo, nella speranza che questi utensili potranno supplire la mancanza della spada in caso di agguato.

«E comunque, Dalia, so benissimo che mi stai prendendo per il culo» rivelo, dopo che il finlandese è riparato in sala, in cerca del portatile. «Ringrazia gli dèi che non ho la mia Turia, altrimenti saprei io come farti parlare.»

Slaccio il chiavistello che ho inchiodato al telaio. Un esercito di gatti randagi, schierato lungo le palladiane del vialetto, miagola di avere rispettato gli ordini. Non deve essere uno spettacolo comune per un’umana e infatti la creatura ha gli occhi talmente all’infuori che se una fattucchiera volasse nei dintorni, a cavallo di un vento, non esiterebbe a rubarglieli e a spremerli nel calderone, per guadagnare dell’ottimo succo di bulbo.

«Ti conviene rigare dritto, sorellina» sogghigno in cerca di vendetta. «I miei metodi di tortura non ti giungerebbero affatto graditi.»

 

*

 

Non appena chiudo la porta del civico 36, Waffle soffia all’esercito di rompere le fila e setacciare gli angoli più angusti del quartiere. Io e la creatura ci liberiamo del finlandese e ci appropinquiamo allo Scarafaggio, quel pericoloso e verdognolo mezzo di trasporto che gli umani di questo To nun chiamano motorino.

Se Madre Gea mi chiedesse secondo quali modalità ho trascorso questa metà di mese, risponderei di essere rimasta asserragliata nella stanza di Dalia, al fine di migliorare la capacità di adattamento. I miei giorni hanno percorso un identico schema che consisteva nel divorare manuali di cultura generale e storia, nonché nell’imitare il lessico colloquiale del televisore.

«Parla come mangi!» ribadiva con costanza la finta sorella, ogniqualvolta adoperavo un parolone altisonante.

La stolta creatura ignora che noi Hemeis non tocchiamo cibo, ma conosciamo come unico nutrimento l’acqua più pura del pianeta, che sia stillata da una sorgente o colata dal cielo. Madre Gea ci ha creati di modo che non servisse altro alimento per rafforzare la linfa vitale.

A proposito della quale… a lungo l’ho cercata nei meandri della città, ma nonostante l’impegno riversato nella missione, mi sono imbattuta in erba bruciata, querce morte e fiori recisi. Per evocare l’esercito di randagi e munirmi della loro alleanza, ho dovuto ricorrere agli avanzi della cena.

Altro che linfa vitale! Nel lessico umano, si direbbe che sono quasi a secco.

«Grimm è laggiù. Sei contenta adesso?» mi chiede Dalia e subito spegne lo Scarafaggio.

«Gelateria fantasy» leggo nell’insegna sopra la porta. «Dove le storie hanno il sapore di realtà.»

Alcuni tavolini in metallo luccicante adornano la piazzola, creano una penombra refrigerante grazie alle cappelle degli ombrelloni aperti. Lì, tra gli spicchi gialli e bianchi della stoffa impermeabilizzata, respiro la traccia che stavo cercando: Liquidambar.

«Adesso non resta che aspettare» ordino alla creatura.

Accompagnate dallo Scarafaggio, sfioriamo la fermata del bruco giallo chiamato Bus.

«Che significa aspettare?» strilla Dalia. «Come minimo mi devi offrire un megacono Hocus Pocus con crema di Fùcur, vista la figura di merda che mi hai appena fatto fare con Heikki!»

«Non mi risulta proprio.»

Dalia ha già dilatato le labbra per liberare una nuova protesta e mi tocca sfruttare uno Sguardo del Silenzio per zittirla. È un’occhiata con stille di pianta sonniferea, perfetta per addormentare gli umani quando non sono capaci di cucirsi la bocca. Tempo che lo Sguardo vada a segno, la creatura mi fissa, strabiliata perché alcune pagliuzze dorate mi hanno colorato le iridi nocciola.

«Va bene» biascica con la bocca impastata e si accascia a bordo marciapiede.

«Maledetta finta sorella» la sgrido. «Per i tuoi capricci ho dovuto sprecare l’ultimo grumo di linfa vitale.»

La creatura, ormai affondata nel reame di dolciumi e zuccheri, non ha la forza di replicare.

«Profumo di vaniglia» delira. «Vaniglia fresca e caramellata, gusto Biancaneve più Sette Nani, vaniglia alla vaniglia, bocconcino vanigliato.»

Non è vaniglia. È Liquidambar, l’aroma che si utilizza per attrarre Menelao. L’aria ne è intrisa, assieme ai pulviscoli azzurri rilasciati dal battito delle sue ali. E se il re delle farfalle Morphos è qui, forse allora…

«Ehi, gente! Scusate il ritardo!»

Lo stupore mi tira un pugno al petto, quando il ragazzo raggiunge il centro della veranda. Si staglia a ridosso del tavolo all’angolo, in compagnia della combriccola più rumorosa della gelateria, il gruppo che tracanna alcolici variopinti e accartoccia pacchettini di snack.

«Ah, ma bravi!» ride. «Vedo che non vi siete fatti troppi problemi a ordinare senza di me!» Massaggia la spalla di una ragazza dalla lunga chioma dorata.

«Smettila di fare la vittima!» squittisce lei, mentre l’amica castana emette gridolini ugualmente giulivi. «La prossima volta impari ad essere puntuale. Sei il solito Bianconiglio!»

Lui se le abbraccia entrambe, si gode il momento di celebrità, la bocca, sproporzionata rispetto al viso spigoloso, piegata in un sorriso:

«Avete ragione. È stato riprovevole da parte mia condannare all’attesa due simili meraviglie.» Bacia le mani delle fanciulle, mentre un ragazzo mastodontico, in una giacca borchiata, ride che è il solito “rubacuori”.

«Ora mi sente, quello stupido orecchie da topo» sibilo inviperita.

Lascio la creatura in compagnia dello Scarafaggio e mi addentro nel traffico, con meta definitiva la gelateria fantasy. Ma quando azzardo un passo sulle strisce zebrate del suolo, un tanfo di zolfo copre l’essenza di Liquidambar e un conato di vomito sbatte sul palato.

Porto la mano alla bocca per ricompormi, i cunicoli del cervello colmi di uova marce, una vampa di caldo a inumidirmi i palmi. Sbatto le palpebre per annientare una patina di giallo attaccata agli occhi.

«Iris, la vaniglia…» mormora Dalia dalle retrovie.

«Ti ho detto di stare lì!»

Arrivo alla veranda frastornata dalla nausea, con uno stormo di corvi adirati che mi volteggia in testa, le loro ali che battono mille sensazioni confuse: ira, sollievo, rabbia, gioia.

«Iniziavo a credere di essere arrivata da sola in questo To nun» strillo a un passo dalla combriccola e dal loro vassoio di alcolici.

La bionda e le amiche smettono di mordicchiare le cannucce rosa, il ragazzo con la giacca borchiata si incanta sullo scollo della mia maglietta e Blu…

«Blu!» lo chiamo. «Blu, hai trovato gli altri?»

Blu mi deve avere scambiata per una stella scesa dal Firmamento su richiesta di Madre Gea, perché i suoi sguardi sprizzano lo smarrimento di chi non ha studiato o teme il confronto con la Turia appena conquistata.

«Lascia stare questo puttaniere, bella bambolina mia» mi saluta l’umano con i capelli rasati. «Se hai un problema che ti turba, ci penso io a riportarti in Paradiso. Che ne dici se noi due, adesso…»

Blatera corbellerie sull’andarcene nel ripostiglio, mentre Blu tiene le braccia incrociate davanti alla maglietta firmata Adidas.

«Allora, pupa bella. Che ne dici?» insiste la creatura borchiata.

Prego Madre Gea di concedermi un ultimo Sguardo del Silenzio, ma l’unico effetto che ottengo è un aumento della nausea e della voglia di gettare Blu nella palude dei molluschi cava ossa.

«Adesso mi devi spiegare» gli dico. «Tu avevi abbastanza linfa vitale per evocare Menelao, perché non ne hai approfittato per cercarci e studiare un piano d’azione? Perché come sempre te ne sei rimasto in disparte a lasciare che fossero gli altri a darsi da fare, mentre non fai che divertirti con questi satiri molesti?»

Più strillo più una cappa di silenzio cala sulla veranda e la colpa non è dei miei sguardi da Hemeis, ma di quel flusso di parole furibondo che non ho la facoltà di regolare.

«Io ho tentato di rintracciare una fonte di linfa, di stipulare un collegamento gnostico con Dia» mi giustifico. «Ma gli sforzi sono stati vani. E pensare che per una volta mi avresti potuta aiutare! La mia Turia… l’ho sempre avuta con me e adesso è sparita e io non so spiegarmi come sia potuto accadere.»

Un’onda di panico mi avvolge, una furia monta alla testa quando Blu resta ammutolito e mi studia con i suoi occhioni azzurri, quasi fossi una strega di Scirocco a passeggio in pieno inverno.

«Hai notizie di Lyc?» gli chiedo. Lyc è l’ultima spiaggia per farlo parlare. Sono nati dallo stesso seme e il suo nome dovrebbe rompere il mutismo che lo domina.

«Blu, ma chi è questa pazza?» chiede la bionda.

Imbellettata in mille colori e con la voce di un gioiello tintinnante, mi allaccia le viscere in un nodo di fastidio da quanto è maleducata e altezzosa.

«Non lo so» dice Blu.

Il tanfo di zolfo e le ultime parole uccidono il respiro, mi trasformano in una statua di cera, sciolta dal dio Apollo in una pozzanghera di “niente”. Credo di non avere capito con correttezza, ma poi Blu rincara la dose:

«Ci conosciamo?» mi chiede. Si scrolla le spalle e piega il labbro in una smorfia schifata. «Parli in modo inconsueto e mi viene difficile comprendere le tue parole.»

Scandisce le lettere con estrema cura, sillabando vocale dopo consonante, al punto che è impossibile equivocare o non avere colto la giusta sequenza di suoni.

Non si ricorda di me?

«D’accordo» dico, dopo avere preso un grande respiro, ancora quel tanfo di zolfo che ottura la gola.

Stai calma. Blu sta scherzando. Come potrebbe dimenticarsi della Hemeis che odia di più in tutta Kerdalea?

«In passato ci sono stati molteplici motivi di discordanza tra di noi» azzardo per farlo ragionare. «Non da ultimo quell’episodio nel Quattrocento, ma ti sarei infinitamente grata, se vista la peculiarità di questo To nun, tu potessi-»

«To nun, ma come minchia parli?» chiede la bionda, stesa di pancia sul tavolino.

Parlo come stabilito dal protocollo di Kerdalea, come insegnatomi da Madre Gea, come richiestomi dagli esaminatori che assegnavano voti di merito alle mie prove. Ma quando apro le labbra, boccheggio, identica a un pesce-ricche-gioie che naviga nel Mare Greco.

Blu, dì qualcosa, qualunque cosa.

«Io non ti ho mai vista prima.»

Sento le gambe cedere, le spalle premere a terra. La vista si fa sfuocata, annebbiata da quella polvere di zolfo che mi sciama attorno.

Mai vista, ha il coraggio di dire, quando proprio lui, nonostante le mie ripetute sfuriate, si nascondeva tra gli steli di grano per spiarmi mentre facevo il bagno tra i fluttui dell’Idalis.

Mai vista, come se per colpa di Lyc non fossimo stati costretti a sopportarci per galassie di ere fino all’eternità.

Mai vista, come se il suo odio fosse risalito di un grado nella scala dei mali, verso la pura indifferenza.

La gola è un incendio, il respiro un cervo troppo impaurito per correre tra le fiamme. Soffocato dallo zolfo, resta immobile tra i seni, in trappola come lo sono io, catturata dalle risate forsennate degli umani e di Blu.

«Iris, mi compri il gelato alla vaniglia?»

Dalia, la mia creatura. La vedo dall’altro lato della strada, in stato di dormiveglia, e nei lineamenti del viso trovo il mio riflesso. Lei mi conosce, mi chiama “sorella”, lo dimostra con interi album fotografici del civico 36, le candeline soffiate a ogni compleanno, le vacanze al mare con madre Teresa. In ogni scatto siamo così somiglianti da poterlo essere veramente: sorelle.

Blu invece non mi conosce. Non appena inizio a dubitare, scompare nel nulla, mangiato dalla nube di zolfo. Tossisco per allontanare quei batuffoli rancidi, ma contemplo solo le fauci degli umani distorte in una risata.

Iris, d’ora in poi hai una sorellina. Questo fagottino si chiama Dalia. Sei contenta per la tua mamma?

Madre Gea è la mia unica madre. Ma conficcata nelle cervella c’è la foto di una donna in carne e ossa, un’umana che culla una mummia di lenzuola e vagiti.

Sorella, per il compleanno voglio un intero set di bombolette e la saga di Harry Potter e un televisore al plasma e un pony e se ci riesci anche Edward Cullen come zerbino personale.

Dalia mi ha raccontato questa scena mentre sfogliavamo un vecchio album. Al momento l’avevo etichettata come un’invenzione necessaria per mantenere la mia copertura umana, ma ora sembra un episodio vero, realmente vissuto.

Batto i tacchi in ritirata e gli stivali, di calzatura enorme, scivolano sulle strisce zebrate. Un colpo cozza sul fianco e mi spintona a terra, nel centro della strada.

«Signorina, si è fatta male?»

Auto gialla, no bianca, rivestita dalla nube di zolfo, conducente che mi aiuta a sollevarmi, Dalia che parla di vaniglia, Blu che non esiste. Balzo a lato strada come una tigre braccata dal cacciatore, in testa una miscela di ricordi confusi: il primo giorno al liceo, una serata al cinema con Dalia, gli studi a Kerdalea.

Dove sono i busti di drago nell’anfratto d’ingresso e la cascata di Psiche e Lyc che mi faceva volteggiare tra gli spruzzi perché i miei desideri diventassero realtà?

Corro a perdifiato tra le macchine sul ponte stradale, i visi dei guidatori deformati in un gioco di specchi, le voci dai finestrini distorte in bramiti e ululati.

«Ylli!»

Ylli, credevo fosse il mio nome e invece sono solo Iris Bianca. E forse l’amore per Kerdalea non è che un’invenzione, un colpo di pazzia; forse sono davvero caduta mentre uscivo con Enrico il San Bernardo, come sostiene Dalia da qualche giorno.

«Ylli!»

Tiro un pugno alle tempie per zittire il richiamo. Il vento ripete quel nome, la nube di zolfo lo trasforma in un suono smorzato e io lo sento ripetersi all’infinito, come se la ninfa Eco lo stesse facendo risuonare a fondovalle.

«Amaryllis!»

Solo che Eco non esiste e con lei nemmeno Kerdalea e i sassi con gli occhi di civetta e il falco sacro che mi protegge dall’alto dei cieli. A corto di fiato, premo lo stomaco contro la ringhiera e fisso il lago artificiale sotto il ponte.

«Amaryllis!»

Ancora quel nome, per metà coperto dalle auto che giocano al sorpasso. È azzurro, questo lago, e la distanza tra ponte e fondale è tanto accentuata che se cadessi, un falco sacro farebbe in tempo a chiudere il suo artiglio sul mio braccio e a salvarmi.

Devo sapere se noi Hemeis esistiamo, se siamo dotati di poteri. Per conoscere la verità, non resta che saltare.

«Amarillide!»

Mi stringo al lampione e assicuro il piede alla prima riga dell’inferriata, un filo di ferro troppo sottile per mantenere un equilibrio perfetto. Quando sono dall’altro lato della ringhiera, ho il vento che sbatte in faccia così forte da impedire alla nube di zolfo di uscire dai pori.

Adesso.

La suola si stacca dal ferro, sbaglia la direzione dell’atterraggio, perché non ho il vuoto sotto i piedi, ma il cemento. Una stretta mi avvolge i fianchi e mi impedisce di lanciarmi oltre la griglia di protezione.

«Lasciami! Lasciami sub-»

Le labbra di Blu si posano sulle mie. Un profumo di rose e viole spazza via il tanfo di uova marce, libera gli occhi dalla polvere gialla, scoppia quella bolla di afa che mi circondava. E in un lampo di ricordi distinguo finzione e realtà, sono di nuovo Amarillide, Hemeis di Kerdalea, al servizio di Madre Gea, viva, con una missione, e…

«Che schifo!»

Blu mi spintona via e con uno sputo si libera dei resti della mia saliva. Disgustato, si pulisce la bocca con un lembo della maglietta nera. Quando la scosta, intravedo gli addominali appena scolpiti, il taglio di una spada che li attraversa in verticale. È una cicatrice più superficiale della mia, ma documenta come i ricordi dell’ultimo To nun non siano una mera illusione.

«Schifo, schifo, schifo» continua a canticchiare Blu, sputo dopo sputo. «Di tutti gli Hemeis rimasti dovevo imbattermi proprio nella tua caponaggine?»

Adesso sono io la statua del silenzio e non so come spiegare che cosa sia capitato: nell’ultimo To nun, da Grimm. Solo il finto bacio che Blu mi ha dato trova una spiegazione, giacché non sono così stolta da confonderlo per un bacio vero. A Kerdalea lo chiamiamo Scambio di fluidi, una pratica necessaria per liberare una vittima da un maleficio.

«Un attimo» realizzo.

Il lampione mi sostiene come il bastone di un vecchio saggio, mi rimprovera per la lentezza con cui sono arrivata a una conclusione: Blu esiste, mi ha chiamata con il mio vero nome, mi ha salvata secondo il protocollo, quindi…

«Ti ricordi di me?» gli domando con gli occhi ridotti a fessura. «Tu mi riconosci? Ratto impidocchiato con le orecchie da tubero!»

Lo percuoto con una raffica di pugni al petto, ma lui non si fa remore ad allontanarmi con una spinta, poiché, nonostante l’inganno del nome, non è il principe azzurro sognato da Dalia.

«Complimenti, Amarillide! Vedo che come al tuo solito hai adeguato il lessico a questo To nun

«Tu ti ricordi di me! Perfido! Io volevo solo parlare civilmente e tu hai considerato divertente rendermi vittima del tuo sciatto umorismo.»

«Ma che credevi? Di venire lì, davanti a degli umani, e metterti a parlare di Kerdalea e Madre Gea e della mirabolante missione che ci perseguita dall’Arché?»

Blu si è appiattito contro di me, mi ha trasformata in un pesce a foglio di papiro, mentre il suo respiro, furibondo, gli alza il petto nella gobba di un cammello.

«Sei così brava, mia Amarillide, che al primo passo ti hanno soffiato contro Pazzia e non te ne sei nemmeno accorta!»

Gocce di saliva sfuggono dalla lingua biforcuta e inumidiscono il mio viso confuso. Finalmente un dubbio trova risposta: che cosa è successo da Grimm? Ora so dare un nome al tanfo di zolfo, al giallo gettato in faccia e al disordine dei ricordi: Pazzia.

«La bionda» sussurro. «La bionda era un Centimano.» Sudicia creatura di stirpe demoniaca! Mi ha gettato contro il vento della Pazzia, ha annebbiato la ragione. «La stavi seguendo?»

Lo chiedo con una punta di colpa, giacché ho rimproverato a Blu la sua storica nullafacenza, nonostante a dispetto del passato abbia identificato il nemico prima di me.

«Seguendo?» mi chiede. «Evitando, casomai. Per fare quello che contraddistingue la mia indole burlona da somaro: godermi la vita di ogni To nun e lasciare al tuo caro Lyc il titolo di eroe.»

Dall’Arché Blu si diverte a personificare il disonore della nostra specie e anche adesso che il To nun sembra un mancato incastro di cocci irregolari non rinuncia a schernirmi.

«Avresti potuto lanciarmi un segnale» lo rimprovero. «Avresti dovuto farmi capire che quella non era un’umana, ma un Centimano, non credi?»

Quale compagno di squadra, sarebbe rimasto immobile a guardarmi bruciare di follia, trafitta dallo strale di Pazzia?

«Ci conosciamo?» mi chiede Blu. Abbassa la testa affinché i nostri occhi si incastrino in un duello di fuoco e ghiaccio. «Parli in modo inconsueto e mi viene difficile comprendere le tue parole.»

Più testardo di un drago di pietra, mi ripropone lo stesso discorso di prima. Le frasi innescano il campanello di un ricordo, ma il tintinnio giunge troppo lontano perché lo possa comprendere.

Pazienza, Amarillide, non è l’ora di battibeccare con Blu, considerata l’assenza di Lyc, storico paciere delle nostre diatribe.

«Credo che alla luce dei fatti sia ragionevole giungere a un confronto» gli dico.

Ho mille motivi per rinviare la lite: morti di animali rinsecchiti, la presenza dei Centimani in città, quella matassa di ricordi ingarbugliati dell’ultimo To nun, la sconfitta e la cicatrice sopra l’ombelico. E la mia Turia, la mia Turia dannatamente perduta.

«Vedi, Blu, ritengo sia proficuo per entrambi riunirci agli altri Hemeis e tratteggiare un quadro riassuntivo della situazione. Ho modo di pensare che un fatto inedito sia accaduto durante l’ultimo To nun, giacché al mio risveglio conservo la cicatrice all’ombelico, ma non la reminiscenza di che cosa sia capitat-»

«Iris!»

L’effetto dello Sguardo del Silenzio è finito, ha liberato la creatura dallo stato di dormiveglia in cui l’ho intrappolata. Dalia non è mai una simpatica visione al primo risveglio. Avanza con il passo di Cerbero verso il centro del ponte.

«Ci mancava solo lei» dico. Dalia spinge lo Scarafaggio sulla linea bianca a lato strada, senza la scodella che chiama casco a protezione del capo. «Ascolta, Blu, abbiamo poco tempo.»

«No. Ascolta tu, Amarillide. Noi non faremo niente di ragionevole, proficuo o riassuntivo, soprattutto se concerne l’ultimo To nun. Ma goditela questa vita, per la barba di Poseidone e dei suoi mille cavalli!»

Avessi la spada la sfodererei per duellare e squarciare quel grugno altezzoso che gli decora il viso. Sorte vuole che legati alla cinta vi siano un trinciapollo e un barattolo di pepe scaduto.

«Ci si vede, Amarillide.»

Blu fa per rompere il colloquio, timoroso di doversi confrontare con la mia umana. Tendo il braccio per bloccarlo e scorgo alcuni pulviscoli azzurri sulla sua pelle, un lampo celeste che mi ricorda di Menelao.

«Tu hai ancora la tua Turia» gli dico. «E grazie alla linfa puoi contare sull’aiuto di Menelao, sfruttare il suo servizio di sorveglianza e ricerca. E probabilmente hai anche la spada e altri strumenti e quindi perché-»

«Non adesso, Amarillide!» Mi blocca per le spalle e solo allora mi accorgo di essermi tirata sulle punte per creare una linea retta tra i nostri sguardi. «Non davanti agli umani.»

«Umani, lascia stare gli umani. Dalia non ti riguarda.»

È tanto ottusa da poter assistere alla conversazione senza cavare un ragno dalla tana della comprensione.

«Iris!» mi chiama. «Ma non volevi un gelato da Grimm? Perché mi hai mollata lì? E chi è questo stramboide? Pare appena uscito dal camion scarica-merci della Lidl

Ha il fiato grosso che le trapana il petto e punta il dito contro Blu, lo Scarafaggio spremuto a ridosso della ringhiera.

Blu la fissa con le mani dimenticate sulle mie spalle, un contatto che libera una scarica di tensione. L’incertezza copre la durata di una stella cadente; subito Blu riacquista sicurezza e sprizza un sorriso sornione.

«Ti ho detto che Dalia non ti riguarda» lo minaccio. «Vedi di non farla diventare oggetto del tuo divertimento.»

Lui degna la finta sorella di un inchino, imita i cavalieri di re Artù alla Tavola Rotonda.

«Scappa, umana» le sussurra. «Vattene e non tornare.»

Non capisco il senso del suo ordine, ma Dalia deve recepire una minaccia. Impallidisce con il respiro trattenuto, così da rischiare di collassare nel pieno di un attacco cardiaco. In fondo non mi riguarda, devo pensare alle priorità…

«Blu, come facciamo a restare in contatto?»

Lui inarca un sopracciglio, divertito:

«Via Whatsapp?» Via che? «Facciamo che ti cerco io, Amarillide! E mi dispiace per la terribile fine della tua storia d’amore con Lyc! Sei stata gentile a non suicidarti pur di raccontarmi i dettagli.» La mia cosa? «Consolala, umana. Ha proprio il cuore stracciato!»

La creatura resuscita non appena respira l’aroma del gossip e io resto a scrutare la sagoma di Blu allontanarsi e perdersi nella linea dell’orizzonte, una spirale di scie azzurre che lo accompagna passo dopo passo.

Pandora

Capitolo 4 – Dalia

«Potrebbe esserci dietro una semplice spiegazione naturalistica, DB. Ora, solo perché hai visto due farfalle blu, non significa che il Binario 9 e ¾ porti automaticamente a Hogwarts.»

È tipico della mia natura assuefatta da Netflix intravedere complotti di Stato e invasioni aliene al primo evento fuori dall’ordinario. Heikki invece ha fatto l’abbonamento a una rivista chiamata Razionalità. Sempre positivo e di buon umore, resta saldo con i piedi per terra, ancorato alla normalità.

«Guarda che sono serio, Dalia.» Nome di battesimo, gli credo sulla parola. «Non pensare di trascinarmi di nuovo in soffitta con un libro magico, come se fossimo le sorelle Halliwell in lotta contro il male.»

L’ho fatto solo una volta, in prima media, convinta che il professore d’arte fosse un angelo nero sotto mentite spoglie.

«Sei ingiusto a rinfacciarmelo» lo rimprovero di ritorno da scuola. «Vedrai che il tempo mi darà ragione. Il mio istinto da Sherlock sente puzza di bruciato.»

Rischio che il naso si allunghi fino a diventare uno stecchino chilometrico degno di Pinocchio, perché nemmeno io credo ci sia qualche mistero dietro quella farfalla blu.

Iris, al contrario, sembra allarmata dai recenti sviluppi nella nostra cittadina. Quando non passa giorni interi reclusa in stanza a studiare, si inchioda davanti al televisore, perennemente su Tg24.

E anche oggi una serie di eventi inusuali ha sconvolto Orbelletto, un piccolo centro del Nord Italia. Centinaia di animali sono stati trovati morti nelle stalle, sui marciapiedi del centro, nei parchi zoologici di periferia. Stefano Piffer, dirigente dell’Istituto Veterinario Provinciale, ha eseguito l’autopsia su un coniglio nano e affermato che la causa del decesso sarebbe da ricondurre a un repentino invecchiamento del soggetto. Apriamo quindi il collegamento…

Appena entro in sala, Iris spegne il televisore. Dopo una settimana di incertezza e totale rifiuto verso la tecnologia, è diventata un genio ad armeggiare il telecomando.

«Guarda che potevi lasciare acceso» sbotto, gettando la borsa di scuola ai piedi del divano.

Lei smette di bere la sua costosissima acqua piovana dalla Tasmania e rassetta i cuscini manco avessi appena fatto accomodare in salotto Barack Obama e Signora.

«Ma no, è meglio spegnere» sospira. «Non sono belle nuove e dovresti mangiare il tuo pranzo.»

Ha il viso talmente bianco da perdersi nel colore delle tende, le mani che per un tic nervoso continuano a correre al fianco sinistro, alla cintura dei pantaloni che l’ho costretta a indossare.

«Cos’è? Pensi che l’indiscussa regina degli horror si faccia impressionare da quattro animali morti?» Faccio tanto la figa, ma tremavo come una foglia mentre seppellivo Oscar nel giardino pubblico. Se chiudo gli occhi riesco ancora a visualizzare le costole rinsecchite sotto il pelo insipido. «Non c’è da preoccuparsi. Heikki afferma che è tutto normale, sono solo fenomeni naturalistici.»

«Ti garantisco che non lo sono invece!»

Iris alza il tono, fa sparire il telecomando sotto i cuscini e da brava donnetta di casa riprende a sistemare le piume d’oca dell’imbottitura. L’ultima volta che l’ho vista così in ansia aveva invitato il suo fidanzatino a cena e lui era stato tanto geniale da presentarsi con mezz’ora di ritardo… con la madre.

E fu subito ex!

«Perché ridi?» mi chiede Iris. «Non c’è alcunché da ridere in questa vicenda.»

Nelle morti degli animali, no. Nel suo ex, decisamente sì.

«Ascolta, Dalia, voglio che tu sia sincera con me.» L’erba voglio non cresce neanche nel giardino del re. «Sono tempi strani come avrai sentito al telegiornale e potrebbero succedere dei fatti spiacevoli.»

Pensavo che l’iscrizione al WWF l’avesse fatta solo per l’agenda in omaggio e invece è davvero un’animalista convinta. Tra qualche giorno la vedrò in televisione, in manette per aver liberato un esercito di Lemmings dal laboratorio.

«Dalia, ti prego di non stralunare gli occhi quasi stessi professando una grandissima corbelleria.»

Una grandissima che?

«Cazzata, Dalia. È più chiaro, ora?»

Riconosco il tono da “Se non mi dai retta, prendo i tuoi manga e mi ci accendo un barbecue”. Un sorriso da agnellino mi decora il viso, alzo e abbasso la testa in un cenno convinto.

«Hai visto qualcosa di strano nel quartiere?» mi chiede.

Solo il cadavere di Oscar. Ovviamente non lo ammetto.

«Ti è capitato qualcosa di inconsueto?»

Una brutta cicatrice da vecchia sull’avambraccio. Dicono che la moda dei tatuaggi sia passata, ne lancerò una nuova.

«Se dovessi vedere qualcosa di particolare-»

«Mi scavezzerò l’osso del collo per correre a dirtelo!»

Balzo in piedi e le stampo un bacio sulla guancia. Devo ancora aggiornarmi sugli intrighi amorosi degli One Direction, recensire tre fanfiction di Dragonball, rintracciare il profilo Wattpad di Maria Chiara e trollarlo con qualche insulto.

Mia sorella vorrebbe aggiungere altro, ma ormai sono un’esperta nell’arte di aggirare le sue ramanzine, soprattutto quando sono sciocche come quella di oggi. Ho solo sedici anni e non voglio riversarmi sulle spalle un problema più grande di me: Orbelletto è invasa da strani fenomeni naturalistici? Che ci pensino gli scienziati!

Buttata sul letto di Iris, gioco a leggerle le conversazioni in Whatsapp. Ha il cellulare mezzo scarico e non entra in chat da sette giorni. Come risultato si sono accumulati trecentosettantadue messaggi.

Tra tutte le conversazioni, vengo attratta da quella con Enrico. Io lo chiamo il San Bernardo: è talmente ossessionato da mia sorella che quando la vede sembra Beethoven al cospetto di una bistecca al sangue. Bava ovunque e cervello a linea piatta.

Iris, come ti senti?

Il messaggio risale al 17 aprile, la notte prima del fatidico giorno in cui mia sorella iniziò a dare di matto. Volevo solo impicciarmi al 90%, ma il diavolo della tentazione mi spinge a fare percentuale piena.

Sono Dalia, perché le chiedi come sta?

Come stai si domanda solo se è successo un fattaccio. Accanto all’avatar di Enrico compare la frase Sta scrivendo

Un brutto episodio l’altra sera, in pausa studio fuori dalla biblioteca, volevo sapere se si è ripresa.

Digito uno spiega, ancor prima che il cervello dia l’ordine.

Camminavamo nel giardinetto per una boccata d’aria e all’improvviso un pazzo ci è venuto addosso. Iris ha sbattuto la testa sul gradino di pietra e ha perso conoscenza un minuto solo…

Rileggo il messaggio, come se Enrico mi avesse scritto che la Befana è stata appena eletta Babbo Natale dell’anno. In quelle righe c’è la spiegazione alle stravaganze di Iris: la testa sbattuta, la perdita di conoscenza.

E quell’imbecille non si è nemmeno premurato di portarla all’ospedale!

Lei mi ha detto che non era niente e io le ho creduto.

Deve avere intuito l’ira che mi scalpita nel petto e sta correndo ai ripari.

Dalia, è successo qualcosa alla mia Iris?

Adesso se lo chiede, il microcefalo. Potrebbe avere un trauma cranico o un’emorragia cerebrale o una di quelle cose sanguinolente alla Grey’s Anatomy.

Toglimi un dubbio, digito sullo smartphone. Mia sorella ti ha mai parlato di un certo Lyc?

Enrico il San Bernardo sfida le leggi temporali e in meno di un nanosecondo bombarda il cellulare di Iris di messaggi:

E chi sarebbe questo Luca? Ma escono? Lo conosce da tanto? Hanno scopato?

Dovrò parlare con Iris di quel 17 aprile, accertarmi che stia davvero bene senza far preoccupare nostra madre. Se la caduta fosse stata grave, si sarebbero già manifestati dei problemi seri.

Dalia, perché visualizzi e non rispondi? Guarda che c’è la doppia spunta blu!

Ora capisco perché mia sorella gli rifili un’oscena cravatta ad ogni Natale e cerchi di evitarlo per gli altri trecentosessantaquattro giorni dell’anno.

Dalia, ti prego!

Esco da Whatsapp e proprio mentre sistemo il cellulare sulla scrivania, un flash azzurro irrompe nel campo visivo. In un frangente di secondo i nostri sguardi si incontrano, divisi dal vetro della finestra. La farfalla sbatte le ali, spazza via un batuffolo di nebbia, le antenne puntate nella mia direzione.

Quello strambo lepidottero blu è attratto dal civico 36 come un’ape dal polline più succoso, e le ragioni dietro questo suo interesse sono un mistero senza soluzione. In punta di piedi arrivo alla finestra, roteo la maniglia, perché se lo catturerò, forse noterò un particolare per risolvere il caso. Ma non faccio in tempo ad allungare il braccio che un battito di ali lo porta via.

*

«Adesso basta. Sono tre volte che vedo quell’insetto puffoso gironzolare nel quartiere e sappiamo benissimo che tre coincidenze fanno un caso; quindi se stai per uscirtene con quella stronzata della spiegazione naturalistica, taci.»

Heikki alza le mani in segno di rassegnazione. Quando le ributta sul tavolino, il piedistallo a tre gambe oscilla, la coppetta vuota si rovescia. Siamo da Grimm, l’unica pasticceria a servire il gelato con nomi fantasy. Mentre l’imbrunire schiarisce il cielo e un delizioso gusto Hobbit allieta le papille gustative, dichiaro ufficialmente aperte le indagini sulla farfalla.

«Veloce, Helsinki. Cerca su Google, da qui a un quarto d’ora Grimm chiude e-»

«Ti basta la descrizione di Wikipedia o ci devo scrivere una tesi di dottorato?»

Noto una punta di acidità nel tono: deve ancora assaggiare i gusti Tassorosso e Serpeverde, così da completare le quattro casate di Harry Potter.

«Mi basta la farfalla giusta» sentenzio. «Poi potrai tornare a ingozzarti come un bue.»

Heikki tamburella i polpastrelli sulla tastiera del Mac e strilla un fatto quando finisce la ricerca.

«Morpho Menelaus» recita nel tono di un docente universitario alla cattedra. Saltello sulla seduta dello sgabello, fino a scorgere un ritaglio di schermo.

Eccola lì, la bastarda puffosa.

«Lepidottero appartenente alla famiglia delle Nymphalidae, diffuso in America Centrale e Meridionale. Preferisce le foreste alle zone aperte» legge Heikki.

Storco il naso:

«Non deve essere un asso in geografia. Ce ne vuole per confondere il Nord Italia con le Americhe. Che altro dice?»

Heikki fa scorrere il cursore, in cerca di qualche dato interessante.

«Chiacchiere inutili, farfalla con apertura alare di quindici centimetri, vola molto velocemente.»

«L’ho notato, grazie.»

Due tentativi di acciuffarla sono finiti con una clamorosa sconfitta, un fallimento tale da farmi sentire più rimbambita di Gatto Silvestro alle prese con Titti. Mi riadagio sulla sedia, contrariata dal fatto che Wikipedia non abbia risolto il mistero.

«Niente curiosità, fatti inconsueti, leggende, dicerie medievali da streghe?»

«Nada de nada» conferma Heikki. Chiude il Mac e lo infila nella custodia, ghignante perché il cameriere è tornato con un vassoio e due coppette: gusti Tassorosso e Serpeverde.

«Credo non ci si debba preoccupare, DB. È solo una farfalla, potrebbe essere scappata da qualche parco zoologico o dalla gabbietta di un collezionista privato.»

«Sì, e io in un’altra vita sposerò Light Yagami per ottenere tramite la comunione dei beni il suo Death Note e sterminare chi mi sta sul cazzo.»

In tutta risposta Heikki sbatte i grandi occhioni grigi. Non mastica ancora il linguaggio da fangirl e quindi non capisce la battuta.

«Lascia stare» gli concedo. Accade in un attimo: mi irrigidisco nella speranza di mimetizzarmi con il metallo della seggiola, trattengo il respiro per non fare un movimento brusco. «Heikki» sussurro a labbra serrate. «Heikki, il lepidottero, quel fottuto lepidottero ci spia.»

Sull’ombrellone della veranda, muove le antennine per captare i suoni. Heikki dilata la bocca per sputare una parola, ma viene zittito da un mio shhh. Dal borsone delle bombolette recupero un sacchetto di plastica trasparente, le iridi sull’insetto per il terrore di perderlo.

«Adesso!» Un salto, braccia allungate per catturare il lepidottero, inutile. «Heikki, Heikki, veloce! Segui quella farfalla!»

Sono un razzo che scivola tra il traffico di Orbelletto, un supereroe che vola sopra i cofani delle macchine, uno Spiderman Donna che oltrepassa cespugli e si arrampica sui rami della quercia morta di Piazza D’Annunzio, un concentrato di adrenalina e velocità che nemmeno Rambo nei film d’azione.

«Già senza fiato, DB?»

Una corsa di dieci minuti e come da copione io sono un ghiacciolo al limone liquefatto, Heikki la freschezza di una rosa.

«Hai preso il mio borsone?» ansimo con il cuore identico a un palloncino a rischio esplosione.

«Come da ordini, Vostra Altezza!»

Mai ordinato, ma Heikki conosce bene i pensieri della mia mente astrusa. Mi allunga il borsone, l’arsenale in cui custodisco le pallottole della vittoria, perché finalmente ho trovato il covo del nemico.

«È entrata lì dentro, la farfalla» constato con l’eccitazione di chi ha risolto il giallo del secolo.

Il vecchio condominio della Cosmos Costruzioni si innalza come un fantasma di cemento in una conca di solitudine, uno spettro illuminato da pochi lampioni e alcuni fari da cantiere, stranamente accesi.

«Non capisco» appunta Heikki. «La ditta è fallita un anno fa per il crollo del mercato edilizio e allora perché le luci funzionano? Se anche i lavori fossero ripresi, ormai è sera e gli operai dovrebbero essere tornati a casa, quindi-»

«Andiamo» taglio corto.

Non mi sono sciolta in un bagno di sudore e trucco per una lezione di logica. La farfalla è fuggita in quell’edificio e io la catturerò. Avanzo lungo il sentiero scosceso che mi porta all’ingresso dell’edificio.

È un enorme ecomostro composto da gettate di cemento, fori per finestre e porte senza imposte, porzioni di soffitto ancora da costruire. Da un pilastro ingrigito sbuca un tubo del metano, accostato da un flessibile nero, a protezione dei cavi dell’elettricità.

«Hanno lasciato tutto qui» nota Heikki, puntando una cassetta da lavoro, due tenaglie e una bolla per assicurarsi che la piattaforma sia a livello.

«Non è affar nostro, dove pensi sia finito il lepidottero puffoso?»

«Che vuoi che ne sappia io, DB? Questo posto è un labirinto, mi mette i brividi.»

Grazie alle luci degli smartphone otteniamo qualche dettaglio in più: rampe di scale abbandonate a metà, cordoli di cemento su cui poggiano i solai, travi di legno che fungono da rampe per colmare alcuni buchi sulla spianatoia.

Un soffio di vento muove i nylon inchiodati alle impalcature, delle tende improvvisate nei quadri delle porte.

«Andiamo DB, un veloce giro intorno e poi tagliamo la corda. Ci manca solo che ci arrestino.»

«Sì, va bene» concordo, mentre sposto un tendaggio di plastica trasparente e mi immetto nel cuore dell’edificio, il fascio di luce a farmi strada. «Un’occhiata fulminea e battiamo in ritirata. Adesso però zitto che se la farfalla ci sente…»

Non concludo il discorso e quatta quatta continuo le indagini. Più il vento soffia tra le fessure dell’edificio, più i teli di nylon si gonfiano nelle sagome di bianchi fantasmi. E quei pilastri di cemento, mozzati nella cima, sembrano dita di scheletri che si tendono prima di arpionarmi.

Sobbalzo quando un rumore spezza il silenzio alle spalle. Mi giro di soprassalto, la torcia dello smartphone a illuminare il vuoto che mi circonda.

«Heikki, sei tu?» Nessuna risposta. «Che cagasotto! Te la sei data a gambe, vero?»

La voce sbatte sulle pareti di muratura, echeggia nelle stanze deserte dell’ecomostro, finché un nuovo rumore rimbomba nei timpani.

«C’è nessuno?» azzardo, ruotando su me stessa e illuminando ogni angolo dell’edificio in cerca di anima viva. «Heikki, se è uno dei tuoi stupidi scherzi, ti rispedisco nel tuo igloo finlandese a calci in culo.»

Gli operai hanno scordato un corto palo di metallo, lo recupero e porto al petto. Puntini in movimento spezzano il fascio di luce, uno sciame di moscerini così fitto da annerire il giallo. Una nube di gelo li avvolge, un sibilo già conosciuto.

Arretro di un passo e quando la nuvola di insetti mi raggiunge, tiro un colpo di palo. Sdeng, il rumore di una collisione con un corpo solido. Per lo stupore, il palo mi scivola di mano: come può una nube avere la consistenza di un blocco di marmo?

Il guazzabuglio di moscerini volteggia, intontito dall’impatto.

Una semplice spiegazioni naturalistica, suggerisce il cervello; ma il cuore ha dato un ordine migliore:

Corri, DB, scappa!

Le gambe si destreggiano nel balzo di un puma, un salto a larga falcata per aggirare lo sciame di gelo. Sprofondo nel semibuio di una nuova stanza. Il pavimento odora di muffa e stantio, un puzzle di croste irregolari ne deteriora la superficie. Guidata dal led, incespico, mi ingarbuglio in una matassa di cavi elettrici, il mento sopra la spalla per accorgermi che sì, la nube di gelo è ancora lì, alle mie spalle.

Prendi tempo, Dalia! Sei una tosta tu! Non credi nella religione del Girl Power?

Ora di passare all’azione, il cuore così in allerta da andare a nozze con l’ugola. Lo sciame di moscerini è pronto al duello, plasmato in una nube a forma di freccia, io il bersaglio da colpire.

«Ma sarò io a colpire voi, bastardi!»

Matassa di cavi recuperata, la scaglio del fulcro dello sciame, un laccio per intrappolare il collo di un puledro.

«Merda, merda, merda.»

I moscerini si dividono per liberarsi, mi accerchiano in una spirale di pungiglioni e battiti d’ali indemoniate.

«Heikki! Heikki! Dove sei? Abbiamo un problema!»

Lo cerco, avvolta nel turbine di quel ronzare, l’inizio di una lotta disperata: manate, lanci di pietre e strisce di nastro adesivo.

«Via, stupidi insetti!»

Lo stivale mi tradisce, il tacco fa da leva sul cordolo del pavimento. Riflessi da Catwoman inefficienti, oscurità che mi sorprende, quando manco di un soffio il bordo di un ponte di legno. Cado a strapiombo, il vuoto che mi stringe in un abbraccio, finché la schiena sbatte su una lastra di cemento, piano interrato.

Un nido di farfalle azzurre mi accoglie. Volano come pipistrelli impazziti e riempiono l’intera stanza, finché non trovano nel buco nel soffitto una via di fuga. Mi lasciano sola, senza armi per difendermi: niente Expecto Patronum alla Harry Potter o incantesimi alla Streghe.

Come potrei io, una Babbana, dominare la minaccia di un mostro invisibile?

Un improvviso flash cinematografico sfreccia nella galleria multimediale dei ricordi, apre cartelle e sottocartelle di serie televisive e miliardi di stagioni: Buffy l’Ammazzavampiri contro ragazza invisibile, un mantello colorato gettatole addosso per tracciare il nemico.

L’unica bomboletta a disposizione mi guarda da una crepa che spacca il pavimento. Veloce, cuore bloccato dalla suspence, fiato incapace di travasarsi nei polmoni, premo la cap della bomboletta e un getto rosso disegna un cono attorno alla nube.

Grande DB!

Un guizzo d’aria restituisce speranza, gocce di vernice convincono i moscerini alla ritirata, ma una nuova morsa di orrore mi contorce le viscere: lì, in mezzo alla nube, l’invisibile si è mutato in visibile. Una mano a sette dita, slegata da un corpo, si avvinghia al collo, le unghie conficcate sopra lo sterno.

Il respiro resta bloccato a metà gola, sa di vernice, lo stesso odore artificiale che tanto amavo. Lacrime silenziose rigano la pelle del viso, e io…

«Scappa, umana!»

Una sagoma incappucciata e un pugnale lungo, incurvato in una piccola ansa, la lama striata da un riflesso azzurro. Mozza la mano con un taglio netto. Nella mia gola restano le mezzelune di quelle dita ora troncate.

Ma cosa…

«Vattene e non tornare.»

Una voce maschile, poi uno spostamento di vento. La sagoma scompare dall’alone del led, un ninja che sfrutta le arti marziali per risalire sul tetto.

Resto arricciata in un bagno di terrore, con la mente vinta dall’incapacità di mettere a fuoco l’incubo appena vissuto. Nella prigione di cemento non c’è nessuna traccia del gelo, dei moscerini, della mano. Le unghie si sono vaporizzate, sottili rivoli di sangue colano sotto il colletto della maglia nera.

A chi apparteneva quella mano? E chi era quella persona? Mi asciugo la faccia dal sudore, un’essenza acre che si mischia al tanfo di muffa e al profumo di vernice spruzzata.

È capitato così in fretta che a confronto la farfalla pareva muoversi a rallentatore.

Un attimo: la farfalla azzurra, Heikki.

«Heikki! Heikki, dove sei?»

Mi rimetto in piedi, le vene che pulsano a mille per la necessità di ritrovarlo: l’ho trascinato io in questo di cimitero di malta, io l’ho convinto a entrare e l’ho perso di vista.

«Heikki! Heikki!» lo chiamo fino a esaurire il fiato, disperata nel percorrere ogni cunicolo dell’edificio. Finché un tocco mi sfiora la spalla e mi spinge a girarmi di soprassalto.

«Si può sapere che ti prende, DB?»

Gli butto le braccia al collo prima di concedermi un respiro di sollievo. Sta bene, è davanti a me in tutta la sua titanica altezza, tanto che per abbracciarlo ho dovuto imitare un koala arrampicato su una pertica.

«Dalia?» Rigido quanto un palo della luce, mi consola con qualche tap tap sulla schiena. «Ti ho sentita urlare come una medium invasata. È successo qualcosa?»

Il koala Dalia rompe il contatto con la pertica Heikki.

«Com’è possibile che voi maschi non vi accorgiate mai di nulla? Avete gli occhi foderati di prosciutto?»

Lui si scrolla le spalle.

«Io ho visto benissimo che tu, invece di seguire la farfalla, sei andata nella direzione opposta. Così io ho trovato un indizio, tu solo un grosso spavento.»

Riduttivo apostrofare quell’incubo con la parola spavento. Se mi specchiassi nel tondo del bagno, mi ritroverei almeno tre ciocche di capelli bianchi.

«Sono caduta in un buco» provo a spiegare. «E c’erano farfalle azzurre da ogni parte, ma non ero sola. C’era qualcosa…» Così fa troppo racconto di fantascienza. «… qualcuno» mi correggo. «Anzi, erano in due.»

La mano assassina e l’uomo incappucciato con la spada. Un brivido drizza i peli della nuca: mi ha detto di andarmene e non tornare. E allora perché sto chiacchierando con Heikki del più e del meno?

«Torniamo a casa e chiamiamo la polizia, potrebbe essere un covo di terroristi o un rifugio di una setta satanica o il punto di ritrovo di una tribù cannibale…»

«O forse solo il riparo di un tuo amichetto artista di strada. Seguimi, devi assolutamente vedere.»

Lo stomaco borbotta di tagliare la corda, ma i piedi sono in anarchia e pendono dalle labbra di Heikki. È un viaggio breve, eppure mi dona un’incredibile scoperta:

«Wow» boccheggio. «È bravo, cazzo se è bravo!»

Un enorme murale ricopre la parete di cemento. Il disegno più importante, nel centro, raffigura un topo che insegue un gatto, una divertente inversioni di ruoli.

«Guarda lì, coperte stropicciate, cuscino, bottiglie d’acqua, valigia e colori… un sacco di colori» dice Heikki.

Mi avvicino al materasso arrotolato. Lo tappezzano macchie di unto e bacilli di muffa grigia, oltre a spruzzi di vernice, sfuggiti alle cap delle bombolette. Mentre studio la marca dei colori, adocchio un luccichio seminascosto dalle pance delle coperte. Lo sguardo riconosce la punta di una spada, una lama ricurva attraversata da un bagliore dorato.

«Heikki, torneresti indietro a recuperarmi il borsone che poi andiamo?»

Appena lo sento ciabattare in lontananza, sollevo il materasso e ammiro l’elsa della spada, diversa dall’arma che ho visto prima. Ha un manico di ebano, intarsiato dal decoro di un fiore. Sfioro il pomolo scolpito in un bocciolo aperto, e subito una polvere d’oro avvolge la lama, mi si butta negli occhi.

«Ma che cavolo!» tossisco.

Quando le palpebre trovano la forza di sollevarsi, la spada è sparita, al suo posto un medaglione di rame legato a una catenella.

«DB, il borsone non è nei paraggi. Potrebbe esserti caduto in un buco, ma c’è poca luce. E se tornassimo domani?»

«No, no. Fa niente, cose che succedono» mi affretto a dire, mentre faccio sparire il medaglione nella tasca della felpa. «Dovremmo proprio andare adesso, sgommarcela come bianchi cavalli imbizzarriti che nitriscono nell’immensità di una prateria.»

«Dalia, ma che ti prende?»

Vuoi sapere della spada assassina o di quella che si è trasformata nel medaglione che ho appena rubato?

«Sono in ritardo per la cena» minimizzo. Ho un segreto mio, qualcosa su cui fantasticare e scrivere almeno duecento capitoli di fanfiction. «Vuoi fare arrabbiare Iris?»

Liberarsi di Heikki è più facile che vincere una partita a battaglia navale quando si conoscono le posizioni della flotta nemica. A casa ceno da sola, mentre Iris studia per l’esame di giurisprudenza. Appena ingurgito l’ultimo boccone del panino, tiro le tende e chiudo la porta a chiave.

Quando sono sicura che nemmeno uno sguardo a raggi X potrebbe spiarmi, recupero il medaglione della tasca.

Il cerchio ramato mi riempie la conca della mano, ricorda per struttura un orologio a cipolla, con la catenella pendente e un coperchio per proteggere il quadrante. La forma mi fa ripensare alla definizione di medaglione, perché potrebbe trattarsi di uno di quei marchingegni da taschino usati nel Settecento.

Il decoro sul coperchio lascia pensare a un pezzo da collezionismo. Un rilievo di metallo si innalza sulla superficie di rame, disegna un grande albero che occupa il cerchio intero. Le radici, contorte in un garbuglio di linee, assomigliano alle stecche della lettera K; dolci curve e onde, invece, creano le fronde dell’albero, ogni giro impreziosito da piccoli rubini che imitano le gemme di una pianta nel pieno della fioritura. Ma un altro dettaglio attira la mia attenzione, un grande occhio di Zeus, azzurro, incastonato tra le fronde e la biforcazione del tronco.

«Ahi!»

Un pizzicotto al polpastrello mi punisce per averlo accarezzato. Le linee che formano l’occhio si sono appena piegate in una bocca, dentini acuminati nella carne del mio dito.

L’immaginazione ti ha giocato un nuovo scherzo, Dalia. Ma poi il medaglione ringhia, sillaba un soffio stizzito:

Giù le zampe, umana.

Pandora

Capitolo 3 – Dalia

Dalia

 

A un certo punto della vita capisci di avere toccato il fondo. Esiste sempre un segnale rivelatore che te ne dia testimonianza certa, e nel mio caso quel segnale è oltremodo patetico: il suono della campanella alla sesta ora, l’unica gioia di questa misera esistenza.

Esco da scuola con in tasca un Tre di greco, un richiamo dalla preside e fin troppe risate da parte di un gruppo di stronzi che mi prendono per i fondelli.

«Ehi, Bianca! Com’è che tu non te la sei messa la vestaglia? Sei davvero trasgressive a rompere le abitudini di famiglia!»

Come se c’entrassi qualcosa con Iris e il suo stupido modo di vestire!

A proposito della quale… passo l’intero pomeriggio a girare in lungo e in largo per capire dove cribbio si sia cacciata. Frugo perfino nei cassonetti dell’intera cittadina, nella speranza che qualcuno l’abbia uccisa prima di me. Presente l’ossessione di Terminator per Sarah Connor? Gli faccio un baffo a quel cyborg di vecchia generazione!

Quando la adocchio al negozio di fiori, ho macinato infinite modalità assassine per sterminarla. Sono talmente incazzata che sbuffo nuvole di vapore e premo passi così violenti da maciullare l’asfalto e capitombolare nella Caina, assieme a quelle simpatiche anime che si sono macchiate del mio stesso peccato: l’omicidio di un parente.

All’interno della Grande Orchidea Iris Bianca inveisce contro la commessa. Il respiro trafelato le alza il petto, mentre tutta agitata recupera mazzi di fiori recisi e li lancia stile coriandoli a Carnevale.

«Voi siete dei barbari bifolchi beoti!» la sento strillare oltre la vetrata. «Rozzi bruti, privi di buone maniere e rispetto! Ma aspettate che riferirò a Madre Gea del vostro indegno atteggiamento! Avrete modo di pentirvene!»

Se faccio in fretta, dovrei trovare lo sportello dell’anagrafe aperto e riuscire a cambiare cognome. Sia mai che qualcuno mi associ a quella pazza!

«Dalia, cara sorella!» Troppo tardi. «Dillo a questa sciagurata che le verrà imputata la brutalità di una terribile azione, recidere i gambi di fiori di campo, uccidere la linfa vitale che tanto cercavo…»

Aggiungete puttanate simili per la successiva mezz’ora, una commessa imbufalita, la decisione di Iris di fare sit-in alla cassa, l’intervento dei carabinieri, l’istantaneo innamoramento del duo in divisa per mia sorella e come risultato otterrete un’amarissima torta chiamata La mia vita fa schifo.

Passo un’ora abbondante a reggere il moccolo, mentre Starsky e Hutch flirtano spudoratamente con Iris e lei, altrettanto spudorata, si fa offrire una bottiglia di acqua piovana dalla Tasmania, per poi scaricarli con uno storico due di picche.

«Te lo dico io come stanno le cose» concludo, quando ormai è sera. Ho piantato la stramboide a casa e mi sono catapultata fuori per sbollire la rabbia. «Quei gambi recisi la principessina se li è fumati… e alla stragrande!»

«DB, non penserai…»

«Io non penso proprio niente! Io so!»

Mi ci vorrebbe un nanosecondo per scovare il suo giro di droga, ma l’oscena pagliacciata di cui si è resa protagonista al Da Vinci me l’ha fatta odiare ancor più di quella culona di Rose quando ha lasciato affogare Jack dopo il naufragio del Titanic.

Heikki prova a rabbonirmi con un lecca lecca alla fragola:

«Tua sorella è la star del Da Vinci, DB. Di che ti lamenti? La verità è che hai deciso di fare dell’angst la tua ragione di vita e stai sfruttando Iris con la scusa di trovare nuovi motivi per sentirti sfigata.»

Ciliegina sulla torta per coronare una giornata di merda: il migliore amico finlandese sfrutta l’ossessione per le fanfiction per demolirmi e difendere mia sorella. Gli rubo il lecca lecca alla fragola, lo butto a terra e lo disintegro con il tacco dello stivale borchiato.

«Scusami, se ogni tanto anch’io ho bisogno di sfogarmi!» Lui non batte ciglio e recupera dal borsone delle bombolette spray un altro Chupa Chups, gusto coca cola. «L’intera scuola non mi saluta con un ciao o un come ti butta. Sorride a trentasei denti, canticchiando Ossequi

Un ciclista arranca sul tratto di strada in salita. Illuminato dall’alone giallo del lampione, lo vedo perdere l’equilibrio, il fiato rotto da una risata.

«E smettila con quel lecca-lecca, non hai tre anni!»

Heikki strofina il Chupa Chups sulle arcate manco fosse uno spazzolino elettrico di zuccheri e coloranti, batte la pallina sui denti a ritmo di maracas.

«Dovresti sbombolettare su quella parete» suggerisce. «Oggi sei troppo isterica perfino per i canoni di Dalia Bianca.»

Street art, lo faccio per sfogarmi da quando il maestro di italiano alle elementari si è improvvisato artista di strada. Galeotta fu la bomboletta spray, il rosso fiammante con cui in una nera giornata mi suggerì di colorare l’automobile della preside. E d’improvviso quelle ore non furono più cupe… fino a quando la dirigente non si accorse del danno!

«DB, i muri non si imbrattano a guardarli!»

«E nemmeno a chiacchiere. Non ti ho chiesto di accompagnarmi, quindi risparmiami le tue dritte spicce da quattro soldi.»

È da una settimana che faccio la posta a questa parete e oggi, finalmente, è stata dichiarata Area graffiti. Ho sbaragliato la concorrenza per correre qui e prenotarla con la mia firma.

Peccato sia giorno no.

«La fioraia uccide i fiori, Iris la mia immaginazione» sbotto.

Dipingere ha sempre avuto il potere di rilassarmi, la realizzazione di lasciare un segno al mondo, di dire “esisto”, tra sette miliardi di persone ci sono anch’io e su questi mattoni ricoperti di calcestruzzo sto colorando la mia anima.

Frugo nel borsone e recupero lo spray e le cap appena arrivate da un ordine su Momarte, ma per quanto cerchi l’ispirazione nel metallo delle bombolette e nel profumo di vernice, quella è un colibrì che vola troppo veloce per poterla acciuffare.

Appiccio lo stencil alla parete e inizio a comporre il mio marchio di fabbrica. Ho scelto il colibrì dopo aver visto Il curioso caso di Benjamin Button con Iris.

“Il colibrì non è un uccello come gli altri: ha un ritmo cardiaco di milleduecento battiti al minuto, le sue ali sbattono ottanta volte al secondo. Se gli impedisci di battere le ali, lui muore in meno di dieci secondi”.

“È uno spirito libero come te, Dalia, tanto ambiziosa e affamata di vivere da voler raggiungere l’infinito” mi aveva detto Iris.

“Anche se la mia vita è uno schifo?”

Lei mi aveva stampato un bacio sulla testa:

“Ancora con questo angst, Dalia?”

Stretta nel suo abbraccio, avevo realizzato che potevo essere un disastro in greco, una tragedia sentimentale, una pessimista cronica, una figlia snobbata dai genitori. Mi bastava avere Iris a sostenermi per diventare un uragano di potenza.

Iris, la stessa che in questi giorni mi sta procurando un diavolo per capello. Finisco di colorare il colibrì e ripongo lo stencil nel borsone, uno sguardo interrogativo da Heikki che si aspettava di assistere alla creazione di un capolavoro.

«Tutto qui?» mi domanda contrariato.

«Helsinki, la Cappella Sistina non è stata dipinta in un giorno, ed ora, senza il tuo permesso, me ne vado a casa.»

Lui da bravo gigante obbediente recupera il materiale e lo butta nel borsone. I capelli biondissimi, illuminati dal vecchio lampione, gli dipingono in testa un’aureola da santo.

Mentre percorro la via del ritorno, ammetto che Heikki meriterebbe davvero il titolo di Santo. È nato con l’incredibile dono di tollerare ogni mia crisi di zuccheri, atto di pazzia o sbalzo d’umore. Ripenso a quella volta in cui l’ho costretto a infilare la mano in un alveare per una prova di coraggio, e con ancora una risata sulle labbra svolto l’angolo che dà su Viale Carducci. Un soffio di vento freddo smuove i capelli dalla nuca.

La strada è avvolta da un inconsueto silenzio, quasi fossi finita all’interno di un televisore e lo spettatore, scocciato dal bisticciare che proviene dai tetti, avesse premuto il tasto mute sul telecomando.

Il lampione davanti al supermercato emette una scintilla e si spegne, fulminato. Il cortocircuito si estende nei cavi dell’elettricità e fa saltare l’illuminazione dell’intera via, condanna la zona tra Piazza D’Annunzio e viale Caproni al blackout.

«Guardi troppi horror, DB» mi rimprovero, imitando la voce di Heikki.

Un brivido solleva la pelle quando una scarica di gelo penetra la giacca di jeans e mi arpiona l’avambraccio. Chiusa nelle spalle, velocizzo l’andatura, il borsone che mi sbilancia e un’insensata angoscia che picchietta nel petto.

«I Dissennatori esistono solo in Harry Potter e nelle fanfiction che scrivi, stupida Dalia. Da quando sei così fifona?»

Il lampione, prima spento, libera un’ultima scossa, un grido esce dalle labbra: quel soffio di ghiaccio è diventato una stretta potentissima che mi stritola, fa male, si chiude a pugno per immobilizzarmi.

«Lasciami!» strillo al nulla, perché non c’è anima viva a trattenermi, eppure una presa invisibile blocca la circolazione del sangue subito sopra il polso.

Mi divincolo, aiutandomi con l’altra mano ad allontanare un fantasma con il dono del tatto. Non esistono né spettri né Dissennatori. E allora perché percepisco questa stretta, ora una fiamma che sgretola la pelle?

«Iris!» Mi trascino nel centro della strada per raggiungere i numeri civici pari, la lacrime incastrate nelle ciglia, il canino conficcato nel labbro. «Iris! Aiutami!»

La mia voce è l’unico suono a riecheggiare per la via, non giunge l’eco di una risposta. Mi affanno per liberarmi dalla presa, abbozzo altri due passi di fuga, ma il gelo risale fino al gomito, un sibilo si insinua nelle orecchie, così acuto che il cranio scricchiola.

Collasso in ginocchio, un pugno di blu nel campo visivo, piccole ali che squarciano a metà la notte. È proprio quella manciata di sfumature turchesi a salvarmi e cancellare in un nanosecondo l’inferno.

Che è successo? Me lo chiedo, mentre mi massaggio l’avambraccio, troppe domande che confondono i pensieri. Traballo ubriaca nel dubbio di non avere capito, nel tentativo di dare una spiegazione logica all’accaduto.

«Un gatto, deve essere stato un gatto» concludo. «Massì, l’ennesima stronzata di Oscar. Sarà che è un cucciolo, ma non è nemmeno una settimana che la Frizzi lo ha preso e…»

Lo strombazzare disperato di un clacson spezza il discorso, i fari di un’auto mi illuminano, due palle di giallo fosforescente buttate negli occhi. I freni stridono sull’asfalto. Raccolgo le ultime briciole di adrenalina e con un balzo mi schiaccio a bordo strada, lontana dal centro della carreggiata.

Quando mi appiattisco sull’orlo del marciapiede, ho il cuore che batte un can can di panico e terrore, le orecchie che captano il cigolio di un finestrino abbassato.

«Che cazzo ci facevi in mezzo alla strada, cretina! Se vuoi suicidarti, fallo alla larga da me!»

Anche se il rimbombo del cuore riecheggia nei timpani, gli insulti del signor Corradini lo sovrastano. Il fiato corto mi impedisce di rispondere con un “Crepa, stronzo!”. L’ho scampata bella, tutto perché la mia testa ha deciso di giocare di matto.

Tasto il terreno in cerca del borsone… dimenticato in mezzo alla strada. Quel vecchio coglione lo ha centrato in pieno. Frammenti di bombolette e chiazze di colore punteggiano la carreggiata. Assieme alle tracce lasciate dai copertoni per la brusca frenata, creano un quadro d’arte astratta che farebbe schiattare di invidia Kandinskij.

«Cazzo, quell’ordine su Momarte mi è costato un occhio della testa.»

I lampioni si riaccendono e in strada non scorgo né un gatto, né un passante. Non ho più quel brivido che mi imprigiona la spina dorsale, ma una cappa di afa calata sulla testa.

«E poi dico che quella strana è Iris» commento ad alta voce, dopo aver imboccato il viottolo per casa.

Un briciolo di timore è ancora annidato nel petto e mi costringe a saltare terrorizzata quando percepisco il minimo rumore. Ma alla fine non posso che rilassarmi nel vedere la palazzina 36, le luci accese, la sagoma di Iris al primo piano.

Tutto regolare, non è stata che una fantasia, uno sfogo di tensione e stanchezza.

Tiro uno sguardo al complesso a schiera e intravedo un pacchetto arrotolato sul pianerottolo della Signora Frizzi. Presa com’è nella sua maratona di Tempesta d’Amore su Rete Quattro, si è scordata di ritirare il giornale.

È un atto di bontà a portarmi alle scale, un atto stupido, lo capisco mentre trattengo un grido in gola, un conato di vomito che si schianta contro l’ugola. Perché quel fagotto arrotolato non è un giornale dimenticato.

È il cadavere di Oscar.

 

*

 

Riconosco Oscar dalla targhetta che la signora Frizzi gli ha messo al collo. Sempre per un atto di bontà – o meglio, per non essere ritenuta colpevole – decido di dargli una degna sepoltura dietro la quercia morta del giardino pubblico. Se qualcuno mi vedesse, penserebbe di assistere a un rituale satanico per l’evocazione di una gioia. Sarebbe tipico di Dalia, visto lo schifo di vita che mi ritrovo.

Eppure più scavo con la vecchia pala del gazebo, più mi dico che dovrei parlarne con Iris, perché c’è un enorme particolare che mi angoscia: fino a stamattina Oscar era un cucciolo stretto e lungo, stempiato e con la coda storta. Ora, adagiato sul fondo della fossa, c’è un gatto di taglia grande, un adulto formato, con le vibrisse incurvate dalla vecchiaia e le costole scavate dalla malattia.

Un gatto non nasce, cresce e muore in ventiquattro ore.

«Va a finire che qualcuno gli ha messo quel collare per scherzo e questa carcassa non è nemmeno di Oscar» mi auto-convinco. «E quella?»

Un battito di ali blu, è una farfalla, le zampine nere appoggiate sulla nuova tomba di Oscar.

Vieni qui, piccina.

La farfalla sgomma via e io resto con un palmo di naso a fissare il vuoto.

I tre giorni successivi non portano ventate di novità, conferma che il detto Domani è un altro giorno vale solo per Rossella O’Hara in Via col vento. Mamma non si fa vedere, ma in compenso ci bombarda di messaggi in Whatsapp, perché si sente un pessimo genitore e sa che dovrebbe dedicare meno tempo al lavoro.

Adesso scoparsi il capo lo chiamano lavoro.

Iris continua a concorrere per il podio nel Campionato degli Stramboidi. Nel profondo del mio cuore le sono grata per essersi trasformata in un’idiota: pensare a lei allontana il ricordo dell’altra sera.

Razionalmente continuo a dirmi che è una sciocchezza, ma gli incubi mi impediscono di dormire sonni dolci e sereni. Vedo carcasse di animali invecchiati, creature di vento e neve che mi accoltellano, mostri con alito di gelo che trasformano i vivi in scheletri.

Al risveglio realizzo che non siamo in Games of Thrones, ma il terrore di quella notte ha lasciato un marchio, nei sentimenti e sulla pelle, ed è un fatto talmente assurdo da spiegare che lo tengo segreto in bocca. Ho paura a parlarne con qualcuno, perché qualsiasi persona sensata si preoccuperebbe e mi rinchiuderebbe in un centro psichiatrico.

Poi arriva l’ennesimo richiamo della Pulce:

“Dalia Bianca, scendi con la testa dal mondo delle nuvole!”

e il milionesimo messaggio di Heikki:

“Tutto bene, DB?”

Proprio davanti a lui scoppio in un bagno di lacrime: Dalia, l’invincibile uragano di potenza, è diventata un colibrì piccino e spaventato per colpa di un incendio nel bosco.

«Bleach, riprovevole» commenta Heikki, quando gli racconto di Oscar e del mio nuovo segreto. Ho smesso di piangere e mi sto nascondendo dietro la barriera dell’umorismo. «Cioè, volevo dire, ci credo che ti fa paura, mai vista una cosa simile. Ti fa male?»

Approfittiamo dei quindici minuti di ricreazione per confrontarci, seduti sul muro di cemento dietro all’acero giapponese della terrazza. Attenta che sguardi indiscreti non ci osservino, tengo l’avambraccio scoperto.

Ed è lì, nello stesso punto in cui mi ero sentita arpionare, il segno della stretta. Si intravede la forma delle dita e del palmo, l’ultimo particolare a sorprendermi.

«È tutta raggrinzita» dice Heikki. Vorrebbe sfiorarla, ma un senso di disgusto lo convince a mantenere la distanza. «Sembra come, non so, bruciata?»

Invecchiata, morta, ecco le parole che avrei scelto per descriverla. Ho testato ogni prodotto della Kiko per ravvivarla, ma quei brandelli ingrigiti e incartapecoriti non hanno riacquisito un solo puntino di luce.

«Ne hai parlato con qualcun altro?» mi chiede Heikki.

«E con chi? Iris?»

«A dire il vero ritengo più adatto un dermatologo!» commenta lui.

«Ma dai, e che gli dico? Una morsa glaciale mi ha sfregiato la pelle?» Un nugolo di studenti cerca rifugio dietro all’acero per farsi una fumata. Mi affretto ad abbassare la manica e a ingurgitare gli snack delle macchinette. «Ho letto in internet che alcune sostanze contenute nelle bombolette possono causare reazioni allergiche, non è poi così strano.»

«Sì, ma non era mai successo prima» dice Heikki. In genere ha uno stomaco d’acciaio e, grande e grosso com’è, deve ingurgitare almeno due panini alla Nutella per arrivare alla quinta ora. Oggi però sembra che un groppo gli abbia sigillato l’intestino.

È colpa mia.

«L’inguaribile ottimista in genere sei tu» lo rimprovero. «Dovresti dirmi che andrà tutto bene e inventarti una canzoncina alla Walt Disney

Gli passo il pacchettino di taralli, ma lui storce le labbra in una smorfia schifata. É arrivato il momento di rimettersi i vestiti dell’uragano, di dimenticare questa brutta storia.

«D’accordo, Heikki. Ti do il permesso di dilettarti in qualche fantasia sessuale su mia sorella.»

Alla fine scrocca un tarallo e una Kinder Delice, rasserenato dal fatto che non stia piangendo, che quel marchio sulla pelle sia una sciocchezza.

«Non mi starai trattando male la mia Iris, vero, DB?»

Uomini, bastano due tette e un bel culo e subito relegano i problemi nell’anticamera del cervello. Heikki torna ad essere il bidone svuotatutto che mi perseguita dalle elementari.

«Guarda che è lei a fare la schizzata!» mi giustifico. È un bagnoschiuma di relax pensare che mia sorella sia più stramba di me. «E poi si può sapere da che parte stai?»

«Dalla sua ovviamente!»

Mi concede uno dei suoi angelici sorrisi, denti così bianchi che un giorno lo assumeranno per lo spot pubblicitario della Vigorsol, con tanto di scoiattolo.

«Dici così solo perché non l’hai vista ieri» ribatto, determinata ad aggiudicarmi la parola vincente. «Appena si è accorta che uscivo per venire a scuola, si è fiondata sulle scale, ha preso la pianta del giroscale e ha iniziato ad annusarla.»

Heikki sospira sognante, gli occhi a cuoricino e un sorriso da drogato a illuminargli il viso chiaro:

«Un fiore che annusa un fiore.»

«Un’imbecille che annusa un cactus, finto per giunta. Poi lo ha toccato, ne ha assaggiata una foglia e si è messa a blaterare qualcosa sulla linfa vitale.»

Il cervello di Heikki esce dalla bambagia e connette un pensiero logico:

«Aspetta, DB. Come fai a sapere tutti questi particolari, se hai detto che eri a scuola?»

Momento di rivelare l’ennesimo segreto talento di Dalia Bianca: ho un innato dono, quasi ossessivo, a controllare minuziosamente tutto ciò che mi circonda. Recupero lo smartphone dalla tasca dei jeans e picchietto il dito sullo schermo, fino ad attivare il video.

«Guarda qui» sghignazzo. Collegamento diretto con la webcam che ho nascosto all’ingresso, posizione perfetta perché l’occhietto percepisca un ritaglio di giroscale, uno di cucina e uno di salotto.

«Da quando sei una hacker?» mi chiede Heikki. La campanella suona, sciami di studenti si catapultano nell’atrio del Da Vinci. «Oh, ma è Iris!»

Iris Bianca in persona, convinta di essere un giaguaro nella savana mentre salta contro il frigorifero, apre la portiera e al primo gorgheggio del meccanismo di raffreddamento fa tre salti indietro. Tiene la guardia alta anche quando si ributta nel conflitto per rubare un cespo d’insalata.

«Non la trovi…»

«Maledettamente graziosa?» prova a indovinare Heikki. Io volevo dire idiota.

Iris recupera la terra dal vaso del cactus finto, ci immerge il cespo di insalata e resta con le mani sollevate a mezz’aria.

«Già, terribilmente graziosa» ripete Heikki imbambolato.

«Ma non potevi farlo tu l’anno all’estero al posto di Anna e Francesca?»

Ci fossero loro, avremmo appena boicottato lezione per dare inizio a una seduta di serpeggiamento inviperito, vince chi sputa più bocconi avvelenati di malvagità. Heikki stiracchia le braccia e scende dal muretto, deciso a tornare in classe.

«Sono finlandese, baby» ride. «L’Italia è il mio estero.»

«Aspetta.» Lo blocco per il polso, una formichina che strattona Maciste per costringerlo a guardare il display.

«Che c’é? Metti in dubbio che sia finlandese?»

«Che cosa ti sembra?»

Tengo il dito puntato nell’angolino destro dello schermo, in attesa che Heikki mi dia una risposta. I miei occhi, troppo suggestionabili, potrebbero avere una visione, non percepire il vero, lui invece sarà oggettivo nel giudicare.

«Ma quella è-»

La frase gli muore in gola. Oltre il vetro della finestra, appollaiata sul davanzale esterno e ipnotizzata dagli strambi gesti di mia sorella, c’è una farfalla, non un comune lepidottero del Nord Italia, marroncino o giallognolo.

È di nuovo quella farfalla blu.

La fantasia è un posto dove ci piove dentro

Italo Calvino, Lezioni americane

Quando ho cominciato a scrivere storie fantastiche non mi ponevo ancora problemi teorici; l’unica cosa di cui ero sicuro era che all’origine d’ogni mio racconto c’era un’immagine visuale. […]

Dunque nell’ideazione di un racconto la prima cosa che mi viene alla mente è un’immagine che per qualche ragione mi si presenta come carica di significato, anche se non saprei formulare questo significato in termini discorsivi o concettuali.

Appena l’immagine è diventata abbastanza netta nella mia mente, mi metto a svilupparla in una storia, o meglio, sono le immagini stesse che sviluppano le loro potenzialità implicite, il racconto che esse portano dentro di sé. Attorno a ogni immagine ne nascono delle altre, si forma un campo di analogie, di simmetrie, di contrapposizioni. Nell’organizzazione di questo materiale che non è più solo visivo ma anche concettuale, interviene a questo punto anche una mia intenzione nell’ordinare e dare un senso allo sviluppo della storia…

Italo Calvino, Lezioni americane, Visibilità

 

Da dove nascono le idee, i racconti, le fiabe? Una parte di me se lo è sempre chiesto e ha trovato una facile e appagante risposta in questo breve estratto dalle Lezioni americane di Italo Calvino.

Esiste un intero regno di immagini, un serbatoio di foto e disegni e panorami che stuzzicano la nostra fantasia e accendono la mente. È una testimonianza di come – fin troppo spesso – il potere visivo superi la forza della scrittura. Basti pensare alla letteratura italiana e al concetto di ineffabilità, tanto caro a Dante Alighieri, lui che non trovava le parole per descrivere la donna che amava o per raccontare nel dettaglio la visione di Dio.

Continua a leggere “La fantasia è un posto dove ci piove dentro”

Pandora

Capitolo 2 – Iris

Iris

 

Non sono mai stata brava ad adattarmi ai nuovi To nun. Un laccio di nostalgia mi ha sempre tenuta avvinghiata all’Archè e alla mia infanzia a Kerdalea. Ho visitato galassie di ere, ma non ho mai saputo trovare un Adesso superiore al Principio.

Stipata nella stanza di Dalia e Iris, colpevolizzo l’amore per la patria come unico responsabile del mio scarso spirito di adattamento. Noi Hemeis non siamo tutti restii al fascino delle novità. La maggior parte non si imbriglia nelle parole, né si confonde con le domande, quando si desta in un To nun.

Continua a leggere “Pandora”